Un approfondito articolo di Emanuele Bompan e Maria Carla Rota dal titolo “Sfida al fast fashion: dai ‘cimiteri tessili’ alle nuove regole europee”, pubblicato sul blog sviluppato da Ecomondo con il magazine Materia Rinnovabile, affronta il tema della svolta circolare del settore tessile.
Il comparto della moda, infatti, è tra i più impattanti in termini di consumo di acqua, uso di sostanze chimiche ed emissioni climalteranti, che ammontano al 4-10% del totale globale.
L’ultra fast fashion
Secondo stime della Ellen MacArthur Foundation, oggi a livello globale si producono oltre 100 miliardi di capi all’anno, molti dei quali vengono indossati pochissime volte, o anche nessuna, prima di essere buttati. Spiegano Bompan e Rota: «Queste dinamiche vengono ulteriormente esasperate dall’ultra fast fashion, che comprime ancora di più tempi e costi di produzione, moltiplicando l’offerta e riducendo la qualità media».
I “cimiteri tessili” nel mondo: dal Cile al Ghana
Che fine fanno questi abiti, quando vengono eliminati? In parte vanno a finire nelle discariche, in parte vengono esportati nei Paesi del Sud globale, dove gli effetti ambientali e sociali del fast fashion emergono in tutta la loro gravità.
La denuncia è contenuta nel rapporto di Greenpeace Africa e Greenpeace Germania “Fast fashion, slow poison: the toxic textile crisis in Ghana” (scarica qui il documento): «Il deserto di Atacama, in Cile, è diventato uno dei simboli di questo squilibrio: qui ogni anno vengono abbandonate a cielo aperto migliaia di tonnellate di capi invenduti o usati, provenienti in gran parte da Europa, Stati Uniti e Asia. Prodotti realizzati con fibre sintetiche, che vengono bruciati illegalmente oppure lasciati degradare, con il conseguente rilascio di microplastiche e sostanze chimiche nel suolo e nell’atmosfera. Una situazione analoga si registra in Ghana, in particolare nell’area di Accra, dove l’afflusso massiccio di capi usati provenienti dal Nord globale sta generando una crisi ambientale e sanitaria, con conseguenze dirette per le comunità locali».
Le contromisure europee
L’Unione europea ha iniziato a mettere a punto un quadro normativo più stringente per mitigare il proprio impatto e favorire dinamiche di economia circolare.
Gli autori evidenziano tre iniziative europee che provano a imporre una svolta circolare del settore tessile.
- L’Europa ha reso obbligatoria la raccolta differenziata dei tessili in tutti i Paesi membri e ha introdotto l’obbligo di istituire regimi di Responsabilità Estesa del Produttore (EPR) per il tessile.
- Il Regolamento sull’Ecodesign di Prodotti Sostenibili introduce requisiti di durabilità, riparabilità e riciclabilità dei beni.
- Dal 19 luglio 2026 le grandi imprese non potranno più distruggere le scarpe e gli abiti invenduti, uno dei paradossi più evidenti del settore. Il divieto punta a ridurre la sovrapproduzione e incentivare alternative come donazione, riutilizzo, rivendita o riciclo.
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