La Romania ospita, oggi, la più grande popolazione di orso bruno (Ursus arctos) dell’Unione europea. Secondo le più recenti stime, ottenute attraverso analisi genetiche coordinate dal governo, nel Paese vivrebbero infatti tra i 10.419 e i 12.770 individui, un range sensibilmente superiore alle stime emerse solo pochi anni fa. I dati provengono dal censimento coordinato dal Ministero dell’Ambiente romeno ed eseguito sul campo dall’Istituto di Ricerca e Sviluppo Forestale “Marin Drăcea” (INCDS) tramite la raccolta e l’analisi di più di 24 mila campioni biologici – come feci e peli – in 25 contee dei Carpazi, pari a quasi l’intero arco dei Carpazi rumeni. I campioni sono stati poi analizzati geneticamente per identificare i singoli individui e successivamente elaborati con modelli statistici.
Il giusto equilibrio
Secondo il Ministero dell’Ambiente, delle Acque e delle Foreste, la capacità ottimale degli habitat rumeni sarebbe di circa 4.000 orsi, elemento che il governo considera alla base della revisione della politica di gestione della specie. Un’abbondanza, unita all’espansione delle aree urbanizzate e alla crescente presenza degli animali nei centri abitati, che secondo le autorità rende inevitabile un intervento più incisivo.
Il malcostume
Negli ultimi anni gli incontri tra orsi e persone sono aumentati in molte località dei Carpazi. Gli animali vengono spesso osservati lungo le strade panoramiche o nei pressi dei centri abitati, attratti dai rifiuti o dal cibo offerto illegalmente dai turisti. Una triste pratica, quest’ultima, ben documentata sui social media e diventata ormai una consuetudine lungo la Transfăgărășan, la strada che collega la Transilvania alla Muntenia, attraversando i Monti Făgăraș. Qui, per colpa di chi predilige un selfie o un bel video da postare a scapito della vita degli animali, e spesso anche della propria – come accaduto al turista italiano sbranato nel 2024 dopo aver offerto un panino a una femmina con prole al seguito, la quale è stata poi abbattuta insieme ai suoi cuccioli – gli animali hanno imparato ad associare la presenza umana alla disponibilità di cibo modificando il proprio comportamento e aumentando la probabilità di conflitti.
Le ragioni del conflitto
Secondo il Ministero dell’Ambiente rumeno, negli ultimi 20 anni hanno perso la vita quasi 30 persone in seguito ad attacchi da parte degli orsi, a cui si aggiungono oltre 270 feriti gravi e più di 7.500 segnalazioni di presenza ricevute dai servizi di emergenza nel solo 2023, numeri che le autorità indicano come prova dell’aumento dei conflitti tra uomo e fauna selvatica. Ma le cause dei conflitti tra orso e uomo sono soprattutto di origine umana. La presenza sempre più frequente degli orsi vicino agli insediamenti non dipende, infatti, soltanto dalla consistenza della popolazione, ma anche dalle trasformazioni del territorio e dai comportamenti umani che hanno modificato il rapporto tra animali e comunità locali. Diversi studi indicano che, da un punto di vista statistico, il numero degli attacchi e dei danni causati dagli orsi non mostra una crescita proporzionale alla percezione pubblica del fenomeno: l’impressione di un aumento dei conflitti è alimentata anche dalla maggiore visibilità degli animali e dalla diffusione di immagini e segnalazioni sui media.
Il taglio illegale delle foreste
Uno dei fattori che ha favorito l’avvicinamento degli orsi alle aree antropizzate è invece la progressiva alterazione degli habitat forestali. Due terzi delle foreste primarie ancora presenti in Europa si trovano in Romania, soprattutto lungo l’arco dei Carpazi, un ambiente che rappresenta uno degli habitat più importanti per l’orso bruno europeo. Tuttavia, negli ultimi decenni molte aree forestali hanno subito pressioni dovute al taglio illegale del legname e allo sfruttamento intensivo delle risorse forestali. Secondo dati riportati da fonti ambientali e istituzionali, la Romania ha registrato migliaia di casi di taglio illegale ogni anno: nel 2017 le autorità avevano identificato oltre 12.000 episodi di disboscamento illegale, circa 34 al giorno, secondo i dati citati da Greenpeace Romania. E a essere colpite sono anche svariate aree protette e parchi nazionali. La perdita di continuità degli habitat spinge gli animali a muoversi maggiormente ai margini delle foreste, aumentando le possibilità di incontro con le persone.
I rifiuti e il bracconaggio
Un problema analogo è rappresentato dalla gestione dei rifiuti. Cassonetti non protetti, discariche abusive e residui alimentari accessibili costituiscono una fonte di cibo facilmente disponibile per gli orsi, favorendo l’abitudine alla frequentazione dei centri abitati. Il progetto europeo LIFE for Bear aveva già individuato nella cattiva gestione dei rifiuti domestici una delle principali minacce alla conservazione della specie, sottolineando come gli animali che imparano a nutrirsi vicino alle abitazioni possano sviluppare comportamenti problematici tramandati anche ai cuccioli. In ultimo, il bracconaggio che, pur non esistendo numeri affidabili e verificati sul numero di orsi uccisi illegalmente su base annuale, rappresenta un elemento di pressione non trascurabile.
La scelta del governo
L’innalzamento della quota di abbattimento rappresenta un ulteriore passo rispetto alla legge approvata nel 2024, che aveva già aumentato significativamente il numero di orsi eliminabili dopo la morte di una giovane escursionista sui monti Bucegi. La nuova decisione, approvata dal Parlamento nella primavera del 2026, raddoppia sostanzialmente la quota annuale prevista per il 2026 e il 2027, portandola a circa 900 esemplari. Oggi il governo ritiene che questa quota possa contribuire a contenere la popolazione e ridurre il rischio di nuovi incidenti.
Secondo l’esecutivo, la misura si inserisce in una strategia più ampia di gestione della specie, che comprende anche il monitoraggio genetico della popolazione e interventi mirati nelle aree considerate più problematiche. Il piano prevede inoltre sanzioni più severe contro l’alimentazione degli orsi da parte dei visitatori, incentivi per l’installazione di recinzioni elettrificate a protezione di allevamenti e coltivazioni e il rafforzamento delle competenze delle autorità locali nella gestione degli animali che entrano nei centri abitati.
Le critiche degli ambientalisti
A contestare l’efficacia della misura di contenimento sono le organizzazioni per la conservazione che sostengono che gli abbattimenti generalizzati difficilmente colpiranno gli individui realmente responsabili dei conflitti con l’essere umano. I cosiddetti “orsi problematici”, infatti, sono spesso quelli che hanno imparato a frequentare discariche, cassonetti o zone turistiche, mentre le attività venatorie tendono a concentrarsi nelle aree forestali. Diversi esperti osservano inoltre che gli abbattimenti autorizzati rischiano di interessare soprattutto grandi maschi presenti nelle aree forestali, mentre gli individui che frequentano abitualmente centri abitati e strade turistiche continuerebbero a rappresentare la principale causa dei conflitti con l’uomo.
La prevenzione
Ecco perché, quando si parla di mitigazione del conflitto, in Romania come altrove il problema andrebbe affrontato intervenendo sulle cause che favoriscono l’avvicinamento degli animali agli insediamenti umani: gestione più rigorosa dei rifiuti, divieto effettivo di alimentare gli orsi – con annesso controllo a tappeto da parte delle autorità – recinzioni elettrificate per allevamenti e coltivazioni e sistemi di dissuasione non letali. Strumenti a cui si dovrebbero affiancare percorsi di educazione e coinvolgimento attivo delle comunità locali.
Un equilibrio sempre più difficile
L’orso bruno è una specie rigorosamente protetta dalla normativa europea, che consente deroghe agli abbattimenti soltanto in circostanze specifiche e motivate. La Romania rappresenta tuttavia un caso particolare, ospitando una parte consistente della popolazione europea della specie e registrando un numero elevato di conflitti con le attività umane. Il dibattito che emerge a seguito della scelta del Governo romeno riflette una sfida comune a molti Paesi europei e, soprattutto, una tendenza ormai diffusa a vedere nell’abbattimento un possibile strumento di gestione della fauna selvatica e di risoluzione dei conflitti cancellando, in poco tempo, anni di dibattiti e di operazioni di educazione e sensibilizzazione dei territori portati avanti da associazioni, enti di ricerca e aree protette.
E mentre nelle aule della politica si continua a dibattere, la Romania si prepara ad applicare una delle quote di abbattimento dell’orso bruno più elevate d’Europa, una decisione destinata a influenzare la discussione sulla gestione dei grandi carnivori e sul futuro della convivenza tra essere umano e fauna selvatica.
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