In natura esistono tantissimi esempi di simbiosi in cui una specie ne aiuta un’altra con o senza un ritorno in termini di vantaggio evolutivo. In alcuni casi una semplice e spontanea abitudine tipica di una specie può influenzare il comportamento e quindi la sopravvivenza di un’altra specie. Alcuni famosi esempi di simbiosi: il mutualismo tra il pesce pagliaccio e l’anemone di mare, tra le bufaghe e i rinoceronti o tra l’airone guardabuoi e i grandi erbivori.
Insomma, sono decine e decine i casi in cui organismi diversi collaborano per trarre un reciproco vantaggio. Di recente è stata scoperta una relazione inter-specifica tra orsi neri americani e volpi grigie. Ma non è chiaro se gli orsi ne siano consapevoli.
Si tratta di una ricerca dell’Università del New Hampshire pubblicata su Oecologia lo scorso maggio che ha mostrato come gli orsi neri (Ursus americanus) possono svolgere un ruolo significativo nella protezione della volpe grigia (Urocyon cinereoargenteus) nei confronti di predatori come il coyote (Canis latrans).
Volpi grigie e coyote competono, infatti, nella dieta: entrambi si nutrono di piccoli roditori e volatili, con la differenza che spesso, nelle lotte, i coyote hanno la meglio, essendo più grandi e più aggressivi delle volpi, che in molti casi diventano esse stesse prede. Orsi e coyote hanno in comune la grande varietà di cibo e prede di cui si nutrono, comprese le carcasse, ma i primi, molto più grandi dei coyote, nelle dispute ne escono vincitori. Insomma, i coyote, avendo una dieta così variabile e opportunistica, competono sia con le volpi grigie, che con gli orsi neri.

Volpe grigia. © Alan Schmierer/CC0 1.0
Ma cosa succede quando l’orso nero, specie all’apice della catena alimentare, va in letargo?
I ricercatori hanno voluto capire se la sua momentanea assenza dai giochi possa avere effetti sulle dinamiche spazio-temporali di altre specie mesocarnivore (che si nutrono per lo più di carne, ma non solo) e che occupano gli stessi ambienti su 15.000 km2 di paesaggio negli Stati Uniti occidentali.
Il team, capitanato dal professore di ecologia della fauna selvatica Remington J. Moll ha scoperto, grazie al posizionamento di fototrappole, che in estate le volpi grigie stavano vicino alle aree popolate da orsi neri. In inverno, invece, quando gli orsi erano in letargo, questo schema si invertiva e i coyote avevano tre volte più probabilità di spostarsi nei territori degli orsi, ora vacanti, e la volpe grigia, non più protetta dalla presenza dell’orso nero, si trasferiva in altre aree.
«Anche se gli orsi neri e i coyote sono i due carnivori più comuni in Nord America, stiamo ancora imparando come influenzano gli ecosistemi che li circondano» ha affermato Moll. «La particolarità degli orsi è che vanno in letargo, quindi scompaiono letteralmente per sei mesi, cosa che ora sappiamo, può cambiare le abitudini degli animali nell’ecosistema». Moll dice che non è sicuro del perché i coyote si spostino nell’habitat dell’orso temporaneamente libero con il cambio di stagione. «Sembrerebbe che ci sia qualcosa nell’approvvigionamento alimentare, forse questi siti sono migliori per sopravvivere durante l’inverno».

Coyote. © Alan Vernon/CC BY 2.0
Lo studio suggerisce, dunque, che gli orsi siano uno scudo per la volpe grigia nei confronti dei coyote, ma con efficacia stagionale, venendo meno quando gli orsi vanno in letargo.
I ricercatori, però, non possono dire con certezza perché volpi e coyote si spostino da un luogo all’altro e come le volpi interagiscano con gli orsi quando condividono lo spazio, se stanno distanti o se stanno bene gli uni con le altre. «Tuttavia – afferma Moll – è sorprendente il fatto che le volpi sembrano preferire il territorio degli orsi in modo più forte delle variabili ambientali, come la presenza di neve e la quantità di prede disponibile».
In ecologia esiste un concetto chiamato “paesaggio della paura”, secondo cui gli animali si spostano sul territorio seguendo una logica difensiva per fuggire alla morte. Questa teoria fonda le basi sul fatto che gli interi ecosistemi, dalle piante al suolo stesso, sono modellati dal modo in cui gli animali evitano i predatori e in cui i predatori cercano le prede. E questo studio ne è la conferma.
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