Il pesce, e in particolare il pesce azzurro, costituisce una risorsa alimentare fondamentale, ricca di proteine, aminoacidi essenziali e acidi grassi polinsaturi Omega-3. Inoltre, rappresenta una buona fonte alimentare di vitamina D per l’uomo (il 40% della popolazione europea presenta livelli insufficienti).
ENEA, nell’ambito del progetto “VitaDwaste” – coordinato dall’Università di Camerino, che vede tra i partner anche Cnr, le università del Piemonte Orientale e di Bologna e il CREA – ha messo a punto un processo a basso impatto ambientale per estrarre vitamina D e Omega-3 dagli scarti del pesce azzurro, come sardine e sgombri, per possibili utilizzi in nuovi prodotti nutraceutici.
Si stima che nel 2022 la produzione globale di pesce abbia raggiunto quasi 185 milioni di tonnellate e, parallelamente, è aumentata la quantità di scarti derivanti dalla pesca, la cui percentuale può arrivare per alcune specie anche al 35% del pescato, mentre i sottoprodotti della lavorazione industriale possono raggiungere livelli di scarto fino al 70%.

Il ricercatore Vincenzo Larocca accanto all’apparato di estrazione supercritica su scala laboratorio presso il Centro Ricerche ENEA Trisaia (Basilicata). © courtesy ENEA
Efficienza e sicurezza ambientale
«Il processo estrattivo impiegato dall’ENEA prevede l’uso dell’anidride carbonica supercritica, una tecnologia verde che unisce sicurezza ed efficienza nell’estrazione delle biomolecole e permette di ridurre l’impatto sull’ambiente perché non utilizza solventi organici» spiega Gian Paolo Leone, ricercatore ENEA del Laboratorio di Bioeconomia circolare rigenerativa e responsabile per l’attività condotta per l’Università di Camerino nell’ambito del progetto VitaDwaste.
«Una prima sperimentazione condotta presso l’infrastruttura di ricerca Agrobiopolis del nostro Centro Trisaia, in Basilicata, ci ha permesso di individuare le condizioni ottimali per il processo» spiega Vincenzo Larocca, ricercatore del Laboratorio ENEA di Bioeconomia circolare rigenerativa.
Una volta completata questa fase, le attività di ricerca si sono spostate su una scala maggiore mediante il ricorso a un impianto pilota presente nella hall tecnologica Processi Agroindustriali del Centro Ricerche Casaccia, a Roma.
Il progetto “VitaDwaste” punta all’utilizzo degli scarti di sardine e sgombri che non possono essere commercializzati per fini alimentari. «Appare evidente che la loro valorizzazione per la produzione di prodotti biobased potrebbe offrire un importante supporto alla crescita della filiera, aggiungendo valore economico a ciò che altrimenti sarebbe considerato scarto» commenta Leone.
Il coordinatore del progetto, prof. Gianni Sagratini, direttore della Scuola di Scienze del Farmaco e dei Prodotti della Salute presso l’Università di Camerino. sottolinea: «Con questo progetto ci inseriamo in un contesto di economia circolare, sostenibilità e salute pubblica».
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