A fine settembre il Coreper dell’UE ha proposto di abbassare il livello di protezione del lupo, la ratifica definitiva si discuterà a dicembre per modificare la Convenzione di Berna e declassare la protezione del lupo da “rigorosa” a “semplice”.
Questo permetterà una maggior flessibilità sul controllo della popolazione di lupi, di fatto facilitando azioni come quelle intraprese da Veneto e Trentino che richiedevano l’abbattimento di alcuni lupi all’interno di branchi, con l’obbiettivo di ridurre la pressione degli attacchi sul bestiame.
Un passo avanti per qualcuno, indietro per altri. Lo scandalo non è tanto l’abbattimento di un altro essere vivente, ma come ancora oggi scelte così importanti non siano prese in modo scientifico, ma a tavolino.
In gioco non c’è soltanto la vita del lupo, ma anche quella del pastore, due facce della stessa medaglia. Entrambi elementi di un sistema naturale senza i quali il territorio perderebbe la propria biodiversità, salute e identità. Laddove mancano predatori, gli ungulati spopolano apportando ingenti danni alle colture e alla rinnovazione dei boschi. In egual modo laddove sono stati abbandonati prati e pascoli si è ridotta la varietà di specie floreali con conseguenze sulla popolazione di insetti, invertebrati e loro predatori, oltre che sugli assetti idrogeologici.
Ecco perché è importante che, sia il lupo, sia il pastore possano condividere lo stesso territorio, una strada, quella della convivenza, sicuramente in salita, non soltanto a livello tecnico, ma anche a livello culturale. Il primo passo è capire se stiamo andando verso la direzione giusta: abbattere i lupi salverà la pastorizia?
Per rispondere a questa domanda dobbiamo spostarci oltre confine e più precisamente in Francia e Slovenia dove gli abbattimenti di lupi sono consentiti da diversi anni e i ricercatori ne monitorano gli effetti.
Effetti degli abbattimenti sugli attacchi al bestiame
In Francia è dal 2011 che si abbattono lupi per ridurre gli attacchi alle greggi e, secondo una recente ricerca, i risultati preliminari suggeriscono che l’uccisione di un lupo riduce la pressione degli attacchi sui domestici solo per pochi giorni dopo l’abbattimento. Anche in Slovenia nonostante siano stati abbattuti 51 lupi dal 1995 al 2009 (l’82% di tutta la mortalità registrata) non è stato rivelato alcun effetto sul carico di attacchi di lupi su animali domestici. In particolare, si è notato che nemmeno negli anni in cui sono stati abbattuti un alto numero di lupi (max. 10 all’anno) la pressione degli attacchi è diminuita. Inoltre, i ricercatori evidenziano alcune problematiche causate dagli abbattimenti come, per esempio, l’effetto negativo sulla struttura sociale del branco e la possibile maggiore ibridazione con i cani domestici (La Gestione del lupo in Italia e in Europa di E. Ferraro e G. Bombieri). Vi sorprenderà sapere che secondo diversi studi scientifici quasi la metà degli abbattimenti (42%) non ha avuto alcun effetto positivo, riscontrando in alcuni casi addirittura un incremento delle predazioni sui domestici (da Oksana et al., 2020).
Ma perché gli abbattimenti non funzionano?
Dal momento che il lupo svolge un importante ruolo ecologico non può essere estirpato da un determinato territorio, il che significa che abbiamo il compito di tutelare la popolazione; di conseguenza eventuali abbattimenti non devono superare la soglia tale per cui si metterebbe in crisi la conservazione della specie. Ad esempio, in Francia nel 2021 potevano essere abbattuti legalmente 118 lupi su 624 esemplari, ne abbatterono poco meno di un centinaio e ciò non risolse in modo significativo il numero degli attacchi sui domestici, con risultati anche peggiorativi per alcuni allevatori.
Quando si elimina dal branco un esemplare, la struttura sociale necessita di un assestamento, e in relazione a diversi fattori anche esterni al branco come altitudine e stagione, questo può influire sulla scelta delle prede, talvolta incrementando ulteriormente la pressione sui domestici in quanto prede più facili dei selvatici.
Altro aspetto da considerare è l’impossibilità di avere un territorio privo da pressione predatoria sul lungo periodo. Sì, perché dal momento che un branco o un individuo libera una determinata nicchia, questa prima o poi sarà nuovamente occupata e il problema si ripresenterà.
Una possibile soluzione
Come abbiamo potuto constatare, il controllo letale non è una soluzione efficace a larga scala e sul lungo periodo. Il successo di tale pratica dipende da numerose variabili, spesso non controllabili e per questo motivo si potrebbe paragonare ad una partita a dadi. Inseguire questa strada significa togliere tempo prezioso per soluzioni innovative ed efficaci.
Un grande successo lo stanno avendo le Squadre di emergenza per la prevenzione degli attacchi da lupo (WPIU) attivate nell’ambito del progetto europeo LIFE WolfAlps Eu presente dal 2019 al settembre 2024 in Italia Francia, Austria e Slovenia. Ad esempio, in Francia, nel Parco Nazionale del Mercantour, i WPIU analizzano caso per caso, andando nelle aziende più colpite dagli attacchi da lupi e cercano di individuare i punti critici dei sistemi preventivi. Grazie a telecamere a infrarossi analizzano il comportamento dei predatori, del bestiame e dei cani da guardiania. In questo modo individuano le criticità nel sistema di recinzioni o nell’addestramento dei cani andando a fornire consigli e strategie modellate per ogni singolo caso. Il successo in Francia di tale soluzione contro gli attacchi da lupi è tale da aver raggiunto un finanziamento a parte, slegato dal progetto LIFE WolfAlps dell’UE.
In Italia un esempio virtuoso arriva da DifesAttiva, un’associazione che aiuta gli allevatori a ottimizzare i sistemi anti-predazione fornendo assistenza tecnica e indicando a ogni realtà la strategia migliore per ridurre gli attacchi da canide. Come ci racconta Damiano Diani, pastore della Maremma da generazioni, attualmente con 270 pecore da latte, «Nel 2019, in cinque mesi ho subito 20 predazioni, sempre quando il pascolo rimaneva incustodito. Dovevo rivedere la gestione dell’azienda, così mi sono rivolto a DifesAttiva che mi ha guidato nella scelta della miglior strategia antipredatoria possibile per la mia realtà. Damiano ci ha spiegato che il lavoro del pastore con la presenza del lupo è cambiato, sicuramente aumentato e i sistemi antipredatori sono un costo in più da sostenere non sempre totalmente sovvenzionati. «Per alcuni allevatori è più complesso stravolgere la loro gestione, e per questo incontrano difficoltà nel prevenire gli attacchi. Il lupo è un animale in grado di cogliere anche le minime opportunità, può passare intere settimane a studiare il gregge e se arriva il momento giusto non se lo farà sfuggire».
La natura non è semplificabile come una qualsiasi macchina concepita dall’uomo, ecco perché strategie e accorgimenti sui classici sistemi preventivi devono essere modellati e analizzati caso per caso. Non esiste una soluzione unica per tutti, alcune aree richiederanno più sforzi altre meno, ma i dati raccolti nell’ambito dei progetti delle squadre WPIU dimostrano che nella maggior parte dei pascoli sono possibili miglioramenti per ridurre gli attacchi sui domestici.
Se si inseguirà la strada degli abbattimenti organizzati, il futuro del lupo e del pastore sarà nelle mani di una roulette russa senza vincitori.
Sull’argomento leggi anche “Una sconfitta non solo per il lupo”
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