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Abbazia di Polirone, scoperta per caso

Abbazia di Polirone, scoperta per caso
La facciata della Basilica di Polirone, nell'omonima Abbazia.

Cesare De Ambrosis Cesare De Ambrosis 25 Mar 2020

L’Abbazia di Polirone a San Benedetto Po, in provincia di Mantova, è uno degli innumerevoli monumenti di pregio del nostro Paese pressoché sconosciuti ai più.
Io stesso ho scoperto per caso questo splendido complesso monastico durante uno dei miei giri in bicicletta lungo l’argine del Po. È stata una grande emozione quando, giungendo da un’anonima viuzza, bordata da moderne villette, una vastissima piazza, costellata di opere d’arte si è aperta davanti ai miei occhi.

Sorta su un’antica isola

L’Abbazia di Polirone deriva il proprio nome dai fiumi Po e Lirone che lambivano l’isola su cui fu costruita. Nello stesso luogo di un preesistente insediamento romano. ll Lirone era probabilmente un ramo del fiume Po, ormai scomparso a seguito delle opere di bonifica.
A volerla fu il mantovano Tedaldo di Canossa, il nonno della famosa Matilde, che nel 1007 donò ai monaci benedettini metà dei propri terreni tra i due fiumi. L’oratorio di Santa Maria, unica traccia medioevale ancora esistente in loco, risale all’undicesimo secolo.

Tra il XIII e XIV secolo il monastero cadde in progressiva decadenza. Fu nel 1419 che, grazie all’aggregazione di questa comunità monastica alla Congregazione di Santa Giustina da Padova voluta dalla famiglia Gonzaga, il complesso ritrovò l’originario splendore e riprese importanza, sia in chiave spirituale, che culturale.

L’intervento di Giulio Romano

Nel 1540, l’abate Gregorio Cortese affidò al talento di Giulio Romano, architetto e pittore di spicco del Rinascimento, l’incarico della ristrutturazione e chiamò a raccolta i migliori artisti dell’epoca provenienti da Mantova e da Verona.

L’aspetto attuale dell’Abbazia di Polirone è fondamentalmente quello pensato da Giulio Romano. 
Il grande architetto, con arguti e audaci accorgimenti architettonici, riuscì  a sovrapporre nuovi elementi alla preesistente struttura, regalandoci l’armonico complesso che ancora oggi possiamo ammirare.

Purtroppo, fra il 1600 e il 1700, il monastero ricadde nella miseria, a causa di guerre, saccheggi e inondazioni. I monaci si videro addirittura costretti a vendere a Papa Urbano VIII la salma di Matilde di Canossa che aveva riposato nella Chiesetta di Santa Maria fino ad allora. Per questo le spoglie di Matilde si trovano a Roma, nella Basilica di San Pietro.

 

Il Chiostro dei Secolari

Tre chiostri

Oltre alla maestosa ed elegante basilica rinascimentale, con molteplici opere d’arte di epoche e stili diversi, troviamo tre chiostri anche loro diversi per stile architettonico.

  • Quello di San Benedetto, sul lato Nord Est della Basilica che il commendatario Guido Gonzaga fa realizzare nel 1450. Dell’impianto originale, ancora completo nel 1799, rimangono oggi solo le ali settentrionale e orientale. La Basilica inglobò quello meridionale dove trovarono posto le cappelle.
  • Il secondo chiostro, di San Simeone, è in stile tardogotico e assunse l’aspetto attuale fra il 1458 e il 1480.
  • Il terzo chiostro, dei Secolari, evidenzia tre fasi costitutive: una anteriore al XV secolo; una databile al 1475 e la terza al 1674. Al piano terra dei lati est e sud del chiostro vi era la foresteria per i poveri e i pellegrini, mentre il piano superiore era riservato agli ospiti di riguardo.

Lo scalone

Dal Chiostro dei Secolari, attraverso lo scenografico scalone seicentesco, si accede al Museo della Cultura Popolare.
In questo momento molto difficile della nostra vita – mentre scrivo siamo al centro del fenomeno Coronavirus – , possiamo soltanto immaginare questo splendido lembo d’Italia, ma abbiamo almeno il tempo per pianificare al meglio una futura visita all’Abbazia di Polirone di San Benedetto Po. In tal caso vi consiglio di raggiungerlo percorrendo le strade emiliane che passano vicine alla sponda Sud del Po, fermandovi a visitare anche Colorno, Gualtieri e Guastalla.

 

© riproduzione riservata
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com
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