Non più solo specie africane, oggi l’interesse del commercio di specie esotiche – che rientrano nella classificazione della Cites (Convenzione sul commercio internazionale delle specie minacciate di estinzione, ndr) – si è concentrato sull’Amazzonia. Lo ha rivelato un nuovo rapporto dell’UNEP Environment World Conservation Monitoring Centre (UNEP-WCMC) che ha preso in esame il commercio legale da otto nazioni dell’ Amazzonia (Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Perù, Suriname e Venezuela), dal 2005 al 2014, sia di animali, che di piante ottenendo numeri da capogiro. Si parla di 14 milioni di individui all’anno per un valore di 128 milioni di dollari. Tra le specie più commercializzate ci sono sia animali vivi esportati per essere tenuti come animali “da compagnia”, sia specie per l’industria alimentare come l’Arapaima gigas (conosciuto come pirarucù e richiesto soprattutto nei ristoranti degli Stati Uniti), grande pesce d’acqua dolce, sia parti di animali come pelli di pecari (41.000 ogni anno) e caimani. Per questi ultimi il rapporto parla di 770.000 pelli esportate ogni anno dai centri di allevamento in Colombia soprattutto verso Thailandia, Singapore e Messico, i principali importatori e utilizzatori. Le pelli di pecari e vigogna, invece, sono per lo più destinate all’industria europea della moda. Particolarmente degni di nota, secondo Pablo Sinovas, principale autore del rapporto, sono stati i volumi relativamente grandi di pappagalli, rettili e anfibi provenienti da Guyana e Suriname. Queste zone rappresentano un grande bacino di foresta incontaminata per le specie interessate dal commercio, ma mancano i dati per stabilire quali dovrebbero essere le quote prelevate per essere sostenibili nel tempo. In particolare le esportazioni di pappagalli vivi sono mediamente 12.000 ogni anno e riguardano 56 specie. Tra queste i più venduti secondo il rapporto sono stati l’amazzone aliarancio (Amazona amazonica), con quasi 30.000 animali esportati nel periodo di monitoraggio, e l’ara giallo-blu (Ara ararauna). Non sempre, inoltre, il commercio avviene direttamente dai paesi d’origine verso l’Europa ma, talvolta, passa attraverso allevamenti in altri paesi. Per quanto riguarda i rettili, invece, il rapporto evidenzia la crescita esponenziale della richiesta di questi animali come “pets” negli ultimi 5 anni – dopo il calo del 2006-2010 – che determinano però una serie di problematiche legate alla gestione, non semplice, di questi animali in cattività.
In sintesi, il rapporto prende in considerazione soltanto i dati del commercio regolamentato sottolineando le ricadute positive di questo, come l’aiuto economico per i paesi d’origine e/o il contribuire al mantenimento delle risorse naturali, tuttavia getta un’ombra sui risvolti più oscuri di questa tratta. I grandi interessi economici in gioco, infatti, fanno ipotizzare la presenza di un commercio illegale o pseudolegale consistente alle spalle del precedente che non può essere sottovalutato al fine di calcolare la percentuale sostenibile di prelievo di esemplari dell’Amazzonia e la loro sopravvivenza in natura.
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