Sono pochi i luoghi al mondo dove l’uomo si sente così insignificante e vulnerabile dinnanzi ai grandi spazi naturali. E sono ancora meno quelli dove si trova una concentrazione altrettanto elevata di grandi animali potenzialmente pericolosi.
Parliamo del Botswana, un luogo selvaggio e senza confini, dove le tracce dell’esistenza dell’uomo sono invisibili. Nei parchi del Paese, infatti, si può viaggiare per centinaia di chilometri senza incontrare nessuno, a parte migliaia di grandi mammiferi e di uccelli.
Ma perché questo paese è così speciale, anche rispetto alla Tanzania e al Kenya, patrie storiche dei safari?

Un gruppo di giraffe al tramonto nel Moremi Game Reserve. Il ritorno al campo alla sera è uno dei momenti più magici per vedere gli animali, soprattutto specie elusive come i felini serval e caracal. Quindi è meglio stare doppiamente attenti! ©Francesco Tomasinelli
Il segreto del successo
La differenza sta proprio nella pressione esercitata dall’uomo: le aree protette dell’Africa Orientale, infatti, sono spesso assediate da campi, villaggi, strade e grandi spazi per l’allevamento.
Il conflitto tra uomo e natura è sotto gli occhi di tutti. In Botswana, invece, è tutto diverso, un po’ perché la popolazione è molto modesta (2,2 milioni di individui su una superficie che è circa il doppio dell’Italia), ma soprattutto perché qui ci sono i diamanti.
Questo, più di ogni altro fattore, ha consentito di ridurre moltissimo le attività agricole a reddito basso e impatto elevato, consentendo una certa prosperità – per gli standard africani – a una buona fetta della popolazione.
Ma poiché i diamanti non durano in eterno, negli ultimi quarant’anni i governi hanno deciso di investire parecchio sull’altra straordinaria ricchezza del paese: le riserve naturali.
Un’esperienza per pochi
Così è entrato in gioco il turismo, che è gestito in un modo assai accorto. L’approccio può essere sinteticamente riassunto con prezzi alti, pochi visitatori e, di conseguenza, impatto modesto. Il principio non è democratico, ma funziona bene.
In Botswana non ci sono grandi alberghi e strade asfaltate: tutti i visitatori alloggiano in costosi lodge e in campi mobili del tutto indipendenti, fermandosi solo in località dove si cerca di ridurre a zero l’impatto sull’ambiente.
I proventi raccolti servono a proteggere il parco dai bracconieri, fare manutenzione alle piste e pagare le rendite alle comunità locali, anche se di recente il governo ha messo all’asta delle licenze per la caccia agli elefanti, considerati in soprannumero.

Il Delta del fiume Okavango è un immenso reticolo d’acqua circondato dalla savana.
Il mezzo migliore per esplorarlo sono i mokoro, le canoe tradizionali dell’Africa meridionale. Nella pagina accanto, la grande migrazione durante la stagione secca: sono più di 100.000 gli elefanti che si radunano nel Chobe National Park in cerca di acqua e cibo. ©Francesco Tomasinelli
Il Delta dell’Okavango
Una grande fetta della notorietà del Botswana è dovuta al Delta dell’Okavango – il secondo più grande delta interno del mondo, dopo quello del Niger –, cuore di una rete di aree protette che si estende per centinaia di chilometri.
La sua importanza si coglie soprattutto quando l’immenso reticolo di laghi, canali e pianure viene allagato dall’Okavango, il che avviene stranamente durante la stagione secca, tra maggio e agosto, proprio quando il bisogno idrico è all’apice.
Questo curioso fenomeno è spiegato dal fatto che il fiume raccoglie le acque cadute con le grandi piogge sugli altopiani dell’Angola che dopo un viaggio lungo tre/sei mesi raggiungono il Botswana.
Qui prende vita un mosaico di aree umide grande quanto metà della Lombardia, un luogo nel cui centro risiede la Moremi Game Reserve, il principale punto di attrazione per la fauna in tutto il nord del Paese.
L’abbondanza di erbivori attirati dalla rigogliosa vegetazione trasforma questo ambiente nel terreno di caccia ideale per numerosi predatori, come i licaoni, tra le specie africane più minacciate.
Il Botswana ospita la popolazione meglio conservata di questi african wild dog – cane selvatico africano, come lo chiamano gli anglosassoni –, che fanno della strategia di gruppo la loro forza.
Infatti, rispetto a leoni e leopardi, se presi singolarmente i licaoni appaiono deboli e gracili, ma grazie a un coordinamento eccellente riescono a concludere con successo due terzi dei loro tentativi di caccia.

Una famiglia di leoni guada il Delta dell’Okavango. In questa zona i leoni tendono a essere un po’ più tozzi: muovendosi spesso in acque basse, infatti, sviluppano maggiormente la massa muscolare. ©P.Malsbury/Istock.com
Dove i leoni predano gli elefanti
In Botswana è facile vedere immense concentrazioni di elefanti, che sorprendentemente sono soggetti ad attacchi da parte di alcuni gruppi di leoni. Si tratta di branchi di felini “specialisti” composti da decine di individui che operano nell’area del Suvuti, all’interno del parco del Chobe e nel Moremi.
Nessun gruppo di leoni, tuttavia, può permettersi di aggredire pachidermi adulti senza subire perdite gravissime. Per questo attaccano solo gli esemplari più giovani e deboli, che alla fine della stagione secca, tra settembre e novembre, arrivano alle pozze d’acqua fortemente debilitati.
I leoni, suddivisi in piccole unità, preparano la trappola di notte, confidando nella loro superiore visione notturna. La vittima viene separata dal branco e poi aggredita in gruppo nei quarti posteriori, dove non può difendersi con efficacia.
Assistere a questo evento durante un safari è impensabile (la scena è stata ripresa per la prima volta dalla BBC nel 2005, per il documentario Planet Earth) perché si svolge al buio, in località remote, e il disturbo per gli animali sarebbe eccessivo.

Dal Botswana si può organizzare un’escursione in elicottero sopra le Cascate Vittoria. Situate circa a metà del fiume Zambesi e con un fronte di quasi due chilometri, queste cascate delimitano il confine geografico e politico tra lo Zambia e lo Zimbabwe. Qui l’acqua precipita da un’altezza media di 128 metri generando, nei periodi di piena, una nube di vapore acqueo che si eleva per oltre 1.600 metri ed è visibile da una distanza di 40 chilometri. Le cascate si sono formate circa 500.000 anni fa, per l’azione dell’acqua sul substrato basaltico. Il primo europeo a visitarle fu l’esploratore britannico David Livingstone, il 17 novembre del 1855. ©Francesco Tomasinelli
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