Nell’immaginario collettivo, l’estate siciliana è da sempre associata all’azzurro del mare, alle spiagge assolate e ai paesaggi mediterranei. Negli ultimi anni, però, a questa immagine si sta affiancando sempre più spesso quella delle colonne di fumo che si alzano dalle colline e dei fronti di fuoco che divorano boschi, campagne, assediano paesi. Gli incendi sono diventati una presenza costante della stagione estiva della Sicilia e di altre Regioni del Sud Italia. Capirne le cause è fondamentale per trovare urgenti soluzioni mirate a prevenire e arginare un fenomeno che presenta un salatissimo effetto di ritorno: bruciare la vegetazione significa avere un futuro senz’acqua.
I dati sulla situazione in Sicilia
Secondo gli ultimi dati elaborati da Legambiente Sicilia su base EFFIS-Copernicus, tra il 1° gennaio e il 21 luglio 2026 nell’isola sono stati registrati 328 incendi che hanno distrutto 24.451 ettari di territorio. Particolarmente pesante il bilancio dell’ultima settimana monitorata, durante la quale 87 roghi hanno mandato in fumo oltre 16.800 ettari. La Sicilia si conferma la regione italiana più colpita dagli incendi: da sola concentra circa il 70% della superficie bruciata nell’intero Mezzogiorno, con nove comuni siciliani presenti tra i dieci più colpiti del Sud per ettari andati in fumo.
Tra il 15 e il 25 luglio si è concentrata la fase più acuta dell’emergenza, con roghi diffusi nelle province di Palermo, Agrigento, Trapani, Enna, Caltanissetta, Siracusa e Catania. Il punto di svolta dell’emergenza è stato il 21 luglio, definito da diverse testate “il giorno dell’inferno”: durante la notte le fiamme hanno divorato parte dei boschi del Parco Regionale dei Monti Sicani assediando letteralmente gli abitati di Bivona e Castronovo di Sicilia. In quella giornata la Sicilia ha registrato temperature fino a 46,2 °C a Santa Croce Camerina, una delle giornate più calde degli ultimi venticinque anni. Le fiamme hanno minacciato abitazioni e infrastrutture, causando evacuazioni, blackout e disagi alla viabilità. A rendere ancora più drammatica l’emergenza è stata la morte del vigile del fuoco Alessandro Marchì durante le operazioni di spegnimento nel Nisseno.
Perché la Sicilia brucia più di altre zone?
La Sicilia si trova al centro del Mediterraneo, regione considerata dall’Intergovernmental Panel on Climate Change un hot-spot climatico: una delle aree del Pianeta in cui gli effetti dei cambiamenti climatici si manifestano con maggiore intensità. Temperature torride, lunghe fasi siccitose, alluvioni, nevicate eccezionali, nell’arco di quest’anno, solo per fare un esempio, nel catanese si è passati in pochi mesi dal record di neve sull’Etna (oltre 250 cm di neve ad aprile con accumuli eolici fino a 6 metri) ai quasi 46 gradi di alcune località della Piana toccati a luglio. Da un lato, dunque, ci sono gli effetti diretti di un clima che cambia e dall’altro ci sono quelli indiretti: siccità, alte temperature, forte evapotraspirazione del suolo, bassa umidità, sono tutti fattori che creano le condizioni ideali per la propagazione degli incendi. Non per il loro innesco.
Con buona pace della natura, in grado di provocare incendi soltanto in circostanze eccezionali (per esempio, fulmini, eruzioni vulcaniche, mentre l’autocombustione è relegata a contesti molto specifici dal punto di vista ambientale e certamente non “mediterranei”), dietro la stragrande maggioranza degli inneschi c’è la mano dell’uomo. Da questo punto di vista però dobbiamo fare una netta distinzione.
Gli incendi possono essere colposi, cioè causati da disattenzione o imprudenza: una sigaretta gettata nell’erba secca, un barbecue spento male, l’abbruciamento di residui agricoli sfuggito al controllo o persino la cattiva manutenzione di infrastrutture come gli elettrodotti. Esistono poi gli incendi dolosi, appiccati intenzionalmente. Le motivazioni da questo punto di vista possono essere economiche, come il tentativo di modificare l’uso di un’area o trarne vantaggi illegittimi, ma anche legate a vendette personali, proteste, atti vandalici o, in alcuni casi, a disturbi del comportamento come la piromania.
Accidentale o volontario, il fuoco non si propaga a caso, ma avanza dove trova combustibile. Campagne abbandonate, boschi privi di manutenzione, accumuli di vegetazione secca e un mosaico territoriale sempre meno presidiato, offrono alle fiamme le condizioni ideali per espandersi rapidamente. È proprio da qui che occorre partire per comprendere quali strategie possono essere messe in atto per ridurre il rischio.
La prima frontiera contro il fuoco: il catasto incendi
Una delle misure più semplici ed economiche che i Comuni possono mettere in campo contro gli effetti degli incendi esiste da oltre venticinque anni e si chiama “Catasto incendi”. Istituito dalla legge nazionale n. 353 del 2000, il catasto consiste nel censimento e nella pubblicazione dei soprassuoli percorsi dal fuoco, così da rendere effettivi i vincoli che la legge applica ai terreni bruciati.
Il principio è semplice: se dopo un incendio il terreno resta sottoposto a vincoli precisi e facilmente verificabili (es. divieto di cambiare destinazione d’uso per 15 anni, divieto di pascolo e caccia per 10 e così via), il fuoco diventa un affare molto meno conveniente. Ma perché quei vincoli possano essere concretamente applicati, il Comune deve prima individuare le particelle interessate, inserirle nel catasto e rendere pubblico l’aggiornamento.
Ed è proprio qui che emerge il primo intoppo: in Sicilia l’aggiornamento deve essere effettuato ogni anno entro il 31 luglio, relativamente agli incendi dell’anno precedente. Secondo i dati del monitoraggio dell’Associazione Fenice Verde, al 31 luglio 2026, 4 comuni siciliani su 10 non risultavano aver aggiornato il registro. Il problema non è nuovo. La Regione Siciliana è stata costretta più volte a ricorrere ai commissariamenti per sopperire alle inadempienze dei Comuni: anche nel marzo 2026 è stato emanato un decreto per nominare commissari ad acta incaricati di istituire o aggiornare il catasto dei soprassuoli percorsi dal fuoco per l’annualità 2024.
La questione, quindi, non è soltanto quella di avere una buona legge, ma di farla funzionare sul territorio. È quindi anche un tema di competenze.
Dall’emergenza alla prevenzione: il territorio ha bisogno di competenze
Il catasto incendi serve dunque a impedire che il fuoco diventi un’occasione di speculazione: un’azione preventiva che si sposa con la capacità di conoscere, pianificare e gestire il territorio. Un’occasione anche economica, considerato che la Regione Siciliana, sempre in un’ottica emergenziale, ha dovuto sborsare 25 milioni di euro solo per i primi interventi a supporto degli effetti dei roghi di luglio 2026.
Pianificare e gestire aree forestali e rurali significa innanzitutto chiarire quali siano le aree più vulnerabili e quindi quali interventi servano prioritariamente, individuando risorse e responsabilità d’azione. Questo lavoro di prevenzione richiede un organico capace di leggere il territorio, elaborare piani di gestione, progettare interventi selvicolturali, valutare il rischio, seguire l’evoluzione degli ecosistemi e verificare gli effetti delle opere realizzate. Non è un lavoro che può essere sostituito dalla sola disponibilità di mezzi o dalla gestione emergenziale. Richiede tecnici, forestali, agronomi, ricercatori, operatori adeguatamente formati e una pubblica amministrazione in grado di utilizzare queste professionalità. In sostanza le opportunità di lavoro promesse da numerosi corsi di laurea oggi attivi, che vedono i propri laureati o dottorati costretti a compiere altre scelte professionali per mancanza di offerta.
La Sicilia dispone da anni di una formazione universitaria specifica in questi settori, è mancata invece la volontà politica di trasformare queste risorse in capacità amministrativa e presenza stabile e strutturata sul territorio.
Le sentinelle dei boschi
Esiste poi una strada parallela ma sicuramente interessante, che meriterebbe di essere valutata con attenzione e che inizia da chi il territorio lo vive ogni giorno.
Nel 2017, nel Parco Nazionale dell’Aspromonte in Calabria, prendeva vita il progetto “Eco Pastore – la Via Lattea”, allora promosso e sostenuto dal Presidente dell’Ente Giuseppe Bombino. Il progetto puntava a valorizzare pastori, allevatori e agricoltori non soltanto come operatori economici, ma come presìdi territoriali e osservatori ambientali, capaci di svolgere un ruolo complementare rispetto al sistema istituzionale di prevenzione degli incendi.
L’idea partiva da una considerazione semplice: nessun sistema di sorveglianza può controllare capillarmente una montagna. Chi vive e lavora quotidianamente sui pascoli, invece, conosce sentieri, valloni e aree isolate e può diventare un prezioso presidio territoriale, capace di riconoscere anomalie e segnalare tempestivamente l’insorgere di un incendio.
L’esperimento fu inserito all’interno di un sistema più ampio che coinvolgeva associazioni di volontariato e Protezione civile, pastori, allevatori e coltivatori diretti. Il Parco definì esplicitamente questo approccio come una formula di prevenzione integrata. Quella stagione fu caratterizzata da incendi estremamente gravi in Italia e in Calabria. Secondo i risultati presentati dal Parco, tuttavia, l’area protetta dell’Aspromonte subì un impatto molto contenuto rispetto alla situazione circostante: gli incendi interessarono poche centinaia di ettari, prevalentemente di macchia, e — secondo quanto riportato allora dal Parco — si svilupparono principalmente al di fuori dell’area protetta.
Questo modello rovescia la prospettiva degli utilizzatori del territorio che diventano soggetti coinvolti in una protezione attiva. Perché dunque non integrare anche queste proposte, a livello regionale, o quantomeno a ridosso di aree protette e parchi naturali, con le più moderne strumentazioni già a disposizione di istituzioni e forze dell’ordine?
Forse in questo modo riusciremmo anche a trasformare la presenza umana, troppo spesso considerata un problema per gli ecosistemi, in una delle risorse per la loro protezione.
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