Sfogliando l’ultimo volume della collana Scatti Sommersi (Magenes Editoriale), dedicato al fotografo subacqueo Domy Tripodi, sono rimasto colpito dalle sue foto di pesci. Più le osservavo e più mi convincevo che, forse, avevo ragione quando sostenevo che anche i pesci hanno espressioni ed esprimono emozioni.
Più volte, durante le mie frequentazioni del mondo sottomarino, ma anche semplicemente osservando i pesci al di là dei vetri di un acquario, avevo avuto la netta impressione che questi animali, pur non avendo una mimica facciale conclamata e – come ci ricorda anche il titolo di un libro di Erri De Luca – non chiudendo mai gli occhi potessero lanciarci dei messaggi anche con lo sguardo, certo non facili da interpretare, ma neppure impossibili da decifrare.
Da quando Charles Darwin scrisse L’espressione dei sentimenti nell’uomo e negli animali (1872), lo studio di queste tematiche ha compiuto passi da gigante modificando assai le nostre idee sulla capacità degli animali di provare emozioni. In questa visione più moderna rientrano anche i pesci i quali, è dimostrato, provano dolore, elaborano le informazioni, e forse addirittura anche le emozioni, in zone diverse del loro cervello. Come gli esseri umani.
La voglia di capire più a fondo i pesci è in me antica e risale alla mia infanzia quando, leggendo Sesto Continente di Folco Quilici, mi imbattei nella storia della leccia Marcuccia, così chiamata perché, a detta dell’autore, somigliava straordinariamente a una sua carissima zia. A giustificazione di tale idea, l’autore scriveva: «Qualsiasi sub vi confermerà che molti pesci incontrati negli abissi marini ricordano volti di persone conosciute».
Finito il preambolo (lungo) torno alla pagina sub che state leggendo iniziando dalla foto che immortala una bavosa occhiuta (Blennius ocellaris). La bavosa qui non sta fuggendo, ma al contrario sembra felice dell’incontro con il fotografo. L’occhio sbarazzino pare lanciare uno sguardo complice all’uomo che la sta inquadrando e la bocca è atteggiata in un sorriso. Tutto il corpo esprime dinamismo, come una ballerina colta al volo durante un passo di danza. Si va beh, non sarà scientifico, ma chi ha detto che la scienza deve essere fredda e senz’anima?
Più coinvolgenti sono le altre due foto dedicate ai pesci trombetta (Macroramphosus scolopax). Quella nella foto in alto di apertura dell’articolo mostra due esemplari in fase riproduttiva con il maschio in primo piano e la femmina dietro. L’elemento più significativo dello scatto è, però, la minuscola nuvoletta bianca visibile sotto la pinna anale del maschio e che è formata dalle uova e dagli spermatozoi appena emessi dai due pesci. L’occhio appare estatico e un po’ perso, ma, se si considera il momento, l’emozione che traspare è giustificata.

Una medusa Pelagia noctiluca ha catturato un pesce trombetta non lasciandogli scampo. © Domenico Tripodi.
Ancora più significativa è l’immagine sopra, decisamente più drammatica. Se volessimo immaginare una storia in chiave shakesperiana o di tragedia greca, potremmo vederci la femmina dell’immagine precedente che viene strappata all’amato dal fato, rappresentato dalla medusa (miticamente cattiva). Al di là di voli pindarici, è innegabile che questo scatto susciti in noi una manifesta empatia. Il pesce è morente, l’occhio appare spento e quasi possiamo intuire gli ultimi fremiti mentre la vita lo abbandona.
Per finire un consiglio: quando guardate i pesci non dimenticate mai che anche l’occhio vuole la sua parte.
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