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Libero pensiero
Solvitur ambulando - 8ª puntata

Con piedi alati da Monza al Resegone

Con piedi alati da Monza al Resegone

Michele Mauri Michele Mauri 23 Giu 2015

Ci sono episodi della vita che la rendono più piacevole. Come prendere parte a un evento che sogni da tempo. Nella notte fra sabato e domenica ho corso la Monza-Resegone.
Qualsiasi podista sogna di partecipare prima o poi a questa gara notturna, lunga, faticosa, leggendaria e folle, che dal 1924 si rinnova lungo lo stesso percorso: dall’Arengario, monumento simbolo della città di Teodolinda, alla Capanna Alpinisti Monzesi, storico rifugio sul Resegone, altura di manzoniana memoria. Una sfida straordinaria, perché non si tratta solo di una maratona, ma anche di una corsa in montagna che a tratti diventa quasi un’arrampicata.
La magia della Monza-Resegone, prima che sulle strade, si respira negli occhi degli organizzatori e dei concorrenti. Occhi che, a tratti, assumono un’espressione di ingenuità fanciullesca e di entusiasmo per la vita. Chilometro dopo chilometro, alla fine sono oltre 42, divisi fra il sottile calvario della statale Monza-Lecco e l’impervia salita alla groppa del dinosauro, per dirla con Gadda, la fatica affievolisce le forze, mentre l’entusiasmo sale fino alle stelle. Le stesse stelle che hanno punteggiato un cielo meraviglioso l’altra notte, mentre in compagnia dei miei due compagni di squadra lanciavo la sfida alla notte e alla montagna, sempre naturalmente nel pieno rispetto di entrambe.
La Monza-Resegone si corre in squadra e anche questo aggiunge sapore. Tre cuori pulsanti e sei gambe che cercano un solo ritmo. Non è un caso se il simbolo della corsa è racchiuso in una fotografia di fine anni Settanta che raffigura tre atleti (Pietro Galizzi, Rino Lavelli e Gianni Colombo), uno attaccato alla maglia dell’altro, mentre affrontano l’ascesa a Capanna Monza. Questa immagine meriterebbe di stare in un ipotetico pantheon dei più suggestivi scatti sportivi di tutti i tempi; insieme con l’immagine di Dorando Pietri che alle maratona olimpica di Londra arriva barcollando al traguardo o con quella di Coppi e Bartali mentre si passano una bottiglietta al Tour.
Sì, perché gesti simili sono l’epica dello sport. Sport di fatica e di passione, s’intende. E di fatica e passione è fatta la Monza-Resegone. La fatica per scacciare la pesantezza, la passione che è la culla di tutto. È una gara di solide tradizioni e grandi imprese, ma, occorre dirlo, non la corre chi cerca facile gloria e ricchi compensi. Questa corsa si plasma sulla capacità di resistere. Che poi è il senso ultimo della corsa. Scrisse Eugenio Montale: «se la notte sogno, sogno di essere un maratoneta».
La Monza-Resegone è una splendida metafora della vita: bisogna passare attraverso la sofferenza per dare un senso alla nostra esistenza. Alla fine per tutti conta solo arrivare in fondo alle proprie forze: ubriachi di gioia e sudore, pacificati con il proprio spirito e i propri muscoli. Liberi da quel meraviglioso superfluo che ci ha regalato il benessere.
Questa gara fonde la corsa con il paesaggio, il mito della montagna con la magia della notte, la fatica del singolo con il battito vitale di una squadra. Chi l’ha corsa ha trovato la sua risposta. E ha smesso di domandarsi: perché corriamo?

Qui potete leggere la puntata precedente.

© riproduzione riservata
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com

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