La Global Mutirão Decision, ovvero il documento finale con cui si è chiusa sabato sera, dopo l’ennesimo supplemento di trattativa, la trentesima Conferenza delle Parti delle Nazioni Unite sul Cambiamento climatico COP30 di Belém, in Brasile, non ha prodotto i cambiamenti sperati.
Eppure c’è stato un momento, più o meno a metà Conferenza, in cui sembrava che finalmente qualcosa di concreto e di importante stesse per accadere, per raggiungere quello che è il vero obiettivo finale di queste COP: una roadmap globale per uscire dai combustibili fossili.
Sembrava infatti che si stessero allineando una serie di fattori propedeutici al raggiungimento di tale accordo: la presidenza brasiliana con il carismatico Lula e la sua ministra dell’ambiente Marina Silva avevano lavorato anche con metodi considerati da alcuni controversi, come alcuni negoziati bilaterali e a porte chiuse, pur di ottenere consenso e la Cina sembrava voler diventare il nuovo riferimento mondiale delle politiche ambientali, anche per occupare il ruolo lasciato vacante dagli USA, il grande assente da questi negoziati.
L’ostruzionismo dei “petro-Stati”
Purtroppo a un paio di giorni dalla chiusura dei negoziati l’ostruzionismo dei cosiddetti “petro-Stati”, quelli capeggiati da Arabia Saudita, Russia e Nigeria, le cui economie sono profondamente basate sul petrolio, hanno fatto muro impedendo di inserire la roadmap nell’accordo finale, unitamente alla Cina che si è sfilata in una specie di doppio gioco.
La “COP della verità”, come l’aveva definita il presidente Lula, si è quindi trasformata nella COP dei piccoli passi, in uno scenario geopolitico che ancora oggi, dopo 30 anni di incontri, continua a non voler affrontare in modo deciso il tema dei cambiamenti climatici e tende a rinviare la cura della febbre della Terra.
«La COP30 di Belém ha ribadito la soglia di 1,5 °C come riferimento dell’Accordo di Parigi, ma senza strumenti concreti per centrarla» scrive nella sua analisi Italian Climate Network. Tra l’altro una soglia, quella dei 1,5 °C, orma già superata in varie zone del pianeta, tra cui il mar Mediterraneo.
I combustibili fossili non vengono mai citati e la transizione energetica lo è soltanto indirettamente, con il riferimento all’accordo finale di COP28 a Dubai (dove si stabili il “transitioning away” dalle fonti fossili).
L’inversione di tendenza della UE
Sul fronte politico la UE, che è sempre stato il riferimento trainante a livello mondiale delle politiche ambientali, ha fatto un evidente passo indietro perdendo anche peso negoziale e pagando lo scotto dell’inversione di tendenza della Presidenza Von der Leyen e del Consiglio d’Europa sul Green Deal.
Un piccolo passo avanti è stato invece fatto sul fronte dell’adattamento. L’obiettivo è stato fissato per il 2035 invece del 2030, con un finanziamento triplicato (fino a 120 miliardi di dollari) e resta inserito nel pacchetto concordato a Baku l’anno scorso, sebbene ancora molto basso rispetto a quanto servirebbe.
Piccoli passi avanti anche sulla cosiddetta transizione giusta: si è cominciato a parlare di diritti umani legati al clima, pur senza arrivare a un meccanismo internazionale operativo.
Indicatori dell’obiettivo globale sull’adattamento (GGA): ne sono stati finalmente adottati 59 (anche se molti stati fino ne chiedevano circa 100) ed è stato creato un processo di allineamento politico biennale per questi indicatori, la “Belém-Addis Adaptation Vision».
Indigeni e afrodiscendenti
Sono stati riconosciuti, per la prima volta, i diritti dei popoli indigeni, compresi i loro diritti fondiari e il Brasile ha deciso di istituire 10 nuove arre protette per le popolazioni autoctone locali.
Da notare che questa è stata la COP con una ritornata forte presenza della società civile e con la più alta partecipazione indigena di sempre: oltre 15.000 rappresentanti.
Ma il passo più positivo della Belèn Declaretion è stato forse questo: se l’Onu non si muove e si muoveranno singoli Paesi o gruppi di nazioni. Lo hanno deciso oltre 80 Stati capeggiati dalla Colombia e dai Pesi Bassi, che avevano condiviso le bozze della prima proposta sulla Road Map di abbandono delle risorse fossili presentata dal Brasile e che poi non è passata. Queste nazioni sono decise ad abbandonare progressivamente la dipendenza dai carboni fossili senza aspettare il resto del mondo. Un accordo politico, seppure non ancora formale, per superare lo stallo e che verrà ratificato in uno specifico incontro ad aprile 2026 a Santa Marta, in Colombia, tra questo gruppo di Paesi “volonterosi e ambiziosi”.
Purtroppo tra loro è assente l’Italia, che ormai fa parte a tutti gli effetti del blocco di chi sta cercando di rallentare tutti gli accordi sul clima che vanno a toccare gli interessi dei petrolieri e delle lobbies ad essi collegati.
Infine, ci si è dati appuntamento nel 2026 alla prossima COP31 ad Antalia, in Turchia, con un’inedita co-presidenza tra il Paese ospitante e l’Australia e con qualche punto di domanda sulla libera partecipazione, vista la progressiva svolta autoritaria del governo Erdogàn.
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