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Natura
Animali, piante e habitat
il valore degli insetti impollinatori

Cosa perdiamo se perdiamo le api

Cosa perdiamo se perdiamo le api

Armando Gariboldi Armando Gariboldi 2 Ago 2019

Riuscite ad immaginare una natura dove i fiori spontanei saranno ridotti almeno della metà come numero di specie, dove la frutta e la verdura diventeranno sempre di più cibo per ricchi e dove anche nei boschi popolari alberi come le querce o i castagni saranno solo un incontro occasionale? E dove il miele sarà ormai costoso come il caviale e pertanto un dolce ricordo per la maggior parte della popolazione?

È quello che accadrà se spariranno le api che, assieme a bombi, sirfidi e farfalle, svolgono un prezioso ma a quanto pare ancora assai sottovalutato lavoro di impollinatori di almeno il 70% della vegetazione erbacea, arbustiva ed anche arborea. Infatti più  di 300.000 specie di piante spontanee e oltre tre quarti delle principali colture dipendono dall’impollinazione.

Il valore del lavoro delle api

In generale quasi il 90% di tutte le piante selvatiche con fiore dipendono in vasta misura dall’impollinazione animale, mentre delle circa 1.400 piante che nel mondo producono cibo e prodotti dell’industria quasi l’80% richiede la cosiddetta zoo-impollinazione: non solo api domestiche e selvatiche, ma anche vespe, farfalle, falene, coleotteri, uccelli, pipistrelli ed altri vertebrati.

Le sole api selvatiche, che contano oltre 23.000 specie, garantiscono l’impollinazione dei fiori da cui dipende il 35% della produzione agricola mondiale, con un valore economico stimato ogni anno di oltre 153 miliardi di euro a livello globale e 15 miliardi di euro in Europa. In particolare delle circa 100 colture da cui dipende il 90% della produzione globale di cibo, 71 sono legate al lavoro di impollinazione delle api. Solo in Europa, ben 4mila varietà agricole dipendono dalle api.

L’anno peggiore di sempre

Insomma il valore dei “servizi ecosistemici” svolti da questi animali è evidente; eppure ancora una volta siamo costretti a tornare sul tema, questa volta sempre più arrabbiati!

Sì, perché siamo stufi marci di vedere gli amici apicoltori letteralmente disperati davanti ai mucchi di migliaia di piccoli esseri che pur di non contaminare la propria famiglia e tutto il miele prodotto muoiono proprio sotto la porta di casa per avvisare le altre del pericolo nelle vicinanze!  O che muoiono per non riuscire più a tornare all’alveare, confuse e quasi impazzite dalle sostanze tossiche che hanno assimilato e che gli hanno bruciato i delicati centri nervosi.

Un fenomeno che si sta ripetendo con sempre maggiore frequenza in quasi tutte le regioni del Paese. Tra l’altro questo 2019 si sta rivelando come l’anno peggiore di sempre, a livello mondiale, per la produzione di miele e per le api in generale. In Italia poi si stimano in oltre 73 milioni di euro i danni per la mancata produzione dei soli mieli di acacia e di agrumi nella primavera 2019.

Caldo e pesticidi, mix letale

Prima causa di tutto ciò sembrerebbe essere innanzitutto il clima. Le api per stare bene vogliono inverni freddi e primavere tiepide, mentre stiamo vivendo un’inversione: inverni caldi, primavere fredde e poi estati siccitose. Questo non solo sballa o annulla le fioriture ma è molto stressante per le api, che arrivano alla primavera già stanche e poi non trovano di che nutrirsi.

Dopodiché, in questa già stressante situazione, gli arrivano le botte definitive della contaminazione agricola nell’ambiente.

E non è possibile che ancora oggi, nel 2019, non si riesca a capire la gravità di questa situazione che tra l’altro sta peggiorando di anno in anno! Perdere le api e gli altri insetti pronubi significa quasi, come gravità, non avere più acqua potabile.

Eppure il governo centrale e le regioni continuano ad autorizzare l’uso in agricoltura di vere e proprie schifezze, come i neonicotinoidi sistemici (dal 2018 tre di essi sono in parte vietati in campo aperto) ed altri prodotti cosiddetti “fitosanitari”, dove però di sanitario in realtà hanno ben poco, se non quello di preservare le piante che si vuole coltivare trasformandole però in prodotti tossici ed uccidendo con pochissima selettività una numerosa serie di organismi utili.

Il nome di queste biocidi, che sono veri  e propri “killer della natura” sono ben noti:  il Mesurol (Methiocarb) della Bayer, ma anche Maxim, Influx, Force, Celest , Starcover, Thirame e tanti altri.

Per esempio il Mesurol è un insetticida e in parte anche ratticida che agisce sia per contatto che per ingestione molto usato nel trattamento della vite da tavola, nelle colture floreali ma anche, combinato con altre sostanze, nelle colture di mais, girasole, colza, bietole e cereali vari. Questa sostanza non solo è la principale causa di smarrimento e morte degli insetti impollinatori, tra cui appunto le api, ma viene spesso usata, come anche altri “agrofarmaci”, non solo sulle colture o anche sui fiori aperti, ma anche “a monte” nel trattamento preventivo delle sementi o prima della semina stessa. Quindi  tutte queste schifezze finiscono nel terreno, si sciolgono e quando la pianta inizia a crescere le assorbe sistemicamente, mentre una parte di esse finisce direttamente nelle falde acquifere, per poi ritrovarcele, da una parte o dall’altra, dentro i nostri piatti ed i nostri bicchieri.

La moria di api è solo la punta dell’iceberg

Eppure, nonostante l’Italia abbia ormai il triste primato di Paese europeo con la maggiore incidenza di tumori sui bambini con, secondo gli ultimi dati del ministero della Salute, un incremento anche del 90% di patologie neoplastiche in soli 10 anni e con chiare evidenze di legami con l’inquinamento ambientale, si continua a sostenere questo modello disperato di agricoltura!

La morì di api è dunque solo la punta di un iceberg, ma cosa deve ancora succedere affinché il Ministro dell’Agricoltura Gian Marco Centinaio, mio concittadino, sia dia una mossa ed inizi almeno a vietare le sostanze più tossiche, a cominciare dal tristemente celebre glifosato, dal sopra citato  Mesurol (Methiocarb) e da tutti e cinque i principali neonicotinoidi sistemici (clothianidin, imidacloprid, thiamethoxam, thiacloprid e acetamiprid), come ha ad esempio già fatto la Francia da febbraio?

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riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com
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