«Viste le mancate misure urgenti per salvare il comparto, l’industria privata del riciclo, dopo anni di sopravvivenza, si arrende: da oggi fermiamo gli impianti» così Walter Regis, presidente di Assorimap, l’Associazione nazionale riciclatori e rigeneratori di materie plastiche che rappresenta il 90% della filiera, ha annunciato la misura estrema.
Claudia Salvestrini, direttore generale del Consorzio nazionale dei rifiuti dei beni in polietilene PolieCo, interviene sulla vicenda con una visione diversa: «Che ci siano gravissime criticità nel settore del riciclo è ben noto, ma non è chiudendo gli impianti che queste si potranno superare: a essere danneggiati sarebbero i cittadini, già costretti a pagare tariffe altissime per la gestione dei rifiuti».
Le ragioni della chiusura
«Continuare a produrre con perdite insostenibili, è ormai impossibile» lamenta Regis. «Sono passati quasi due mesi dall’ultimo appello al ministro Pichetto Fratin e più di un mese dal tavolo convocato dal ministero dell’Ambiente con la promessa di una nuova convocazione operativa entro i primi di novembre, che a oggi non è avvenuta. Siamo di fronte a un’emergenza nazionale che non possiamo affrontare da soli».
I dati sul tracollo del settore si riassumono così: utili di esercizio crollati dell’87% dal 2021, passando da 150 milioni di euro a soli 7 milioni nel 2023, con una proiezione verso lo zero per il 2025. Una crisi condivisa da tutta la filiera, stretta tra i costi dell’energia, i più alti d’Europa, e la concorrenza insostenibile delle importazioni extra-Ue di plastica vergine e riciclata a prezzi stracciati.
Il blocco degli impianti di riciclo privati porterà a un effetto domino immediato, paralizzando il sistema nazionale dei rifiuti. Nelle scorse settimane anche i principali consorzi per il riciclo degli imballaggi in plastica – Corepla, Conip e Coripet – avevano scritto al Mase per denunciare l’ingolfamento delle attività di selezione e riciclo e il rischio di ripercussioni sui servizi di raccolta dei rifiuti.
Le richieste dei riciclatori
Le soluzioni proposte da Assorimap al Mase partono dalla richiesta di anticipo al 2027 dell’obbligatorietà del contenuto di plastica riciclata negli imballaggi e spaziano dal riconoscimento dei crediti di carbonio per chi produce materia prima seconda sino ad arrivare all’estensione dei certificati bianchi, passando per maggiori controlli sulla tracciabilità delle importazioni fino ad arrivare a sanzioni efficaci. «Salvare la filiera del riciclo meccanico made in Italy è essenziale per la transizione ecologica e l’autonomia strategica del Paese. Ma servono fatti, e servono subito, perché non possiamo assumerci l’onere della gestione dei rifiuti in plastica di un intero Paese» aggiunge Regis.
Le perplessità di Claudia Salvestrini
«Si faccia attenzione a non creare emergenze che potrebbero essere strumentalmente trasformate in opportunità per coloro che intendono ricorrere a scorciatoie verso gli inceneritori. Anche a Ecomondo, la più importante fiera sulla sostenibilità ambientale, l’incenerimento del css (combustibile solido secondario) è stato impropriamente presentato, da alcuni portatori di interessi industriali, come approccio green e come modello per superare la crisi del riciclo. Bisogna essere molto cauti non vorrei che si sviluppassero dinamiche che pure in passato hanno preso il sopravvento: cavalcando le emergenze, si commettono le peggiori nefandezze indicando soluzioni apparentemente obbligate. Siamo certi che l’associazione dei riciclatori stia agendo a tutela del comparto, ma non si sottovaluti il rischio concreto di creare alibi per quelle lobby che al riciclo meccanico preferiscono strade più comode e veloci».
L’esportazioni di rifiuti
«Come consorzio Polieco – aggiunge Salvestrini– ci siamo ritrovati tante volte da soli a combattere contro le esportazioni dei nostri rifiuti all’estero, con la sottrazione di quantità ingenti di materiali che, al posto di essere destinati al riciclo, sono stati inviati in siti non idonei al loro trattamento quando non totalmente inesistenti. Il danno è stato notevole: non solo per il dumping ambientale subito con il ritorno di materia rigenerata di cattiva qualità a costi più bassi di quello prodotto secondo regole rispettose dell’ambiente e della sicurezza sui luoghi di lavoro, ma anche per altre conseguenze indirette. Si è prediletta la strada del commercio dei rifiuti a quella dell’effettivo riciclo».
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