L’allarme per l’invasione del granchio blu (Callinectes sapidus), che sta causando ingenti danni ai nostri ecosistemi costieri, ha distolto in parte l’attenzione verso un’altra specie invasiva: la noce di mare (lo ctenoforo Mnemiopsis leidyi).
La noce di mare è considerata una delle 100 specie invasive più dannose al mondo e da quasi un decennio è presente nel Mare Adriatico, causando seri problemi agli operatori della pesca, soprattutto nelle lagune.
L’abbondanza della noce di mare
Un team di ricerca dell’Università di Padova e dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale (OGS) ha recentemente pubblicato sulla rivista Estuarine, Coastal and Shelf Science lo studio “An invader chronicles: local ecological niche of Mnemiopsis leidyi in the Venice Lagoon”, nel quale si evidenzia come la specie Mnemiopsis leidyi costituisca per la laguna di Venezia un potenziale pericolo ecologico, grazie alla sua adattabilità e ai cambiamenti climatici in atto, che possono favorirne la proliferazione a scapito di altre specie dell’ecosistema.
Spiega il dott. Filippo Piccardi, primo autore dello studio e ricercatore dell’Università di Padova: «Sebbene la dinamica di questa specie sia stata studiata in altre aree del mondo, le informazioni relative alle lagune mediterranee, caratterizzate da una forte variabilità spaziale e stagionale delle condizioni ambientali, sono ancora limitate. Il nostro studio costituisce la prima indagine integrata sul campo e in laboratorio della nicchia ecologica di Mnemiopsis leidyi nella Laguna di Venezia. […] I risultati mostrano che Mnemiopsis leidyi segue un andamento stagionale, con bloom (eventi di riproduzione massiva) in tarda primavera e tra fine estate e inizio autunno, probabilmente legati a temperature più elevate e a condizioni di salinità ottimali».
L’abbondanza della specie risulta quindi positivamente correlata sia alla temperatura dell’acqua, sia alla salinità.
«I nostri risultati suggeriscono che i cambiamenti climatici in atto potrebbero favorire condizioni ambientali sempre più idonee a questo ctenoforo, incrementandone la presenza in grandi aggregati e, di conseguenza, aumentando il rischio di severe ripercussioni sul funzionamento dell’intero ecosistema lagunare» spiega la dott.ssa Valentina Tirelli, coautrice dello studio e ricercatrice presso l’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale.
Lo studio evidenzia dunque la necessità di un monitoraggio mirato e di strategie di gestione adattativa per mitigare le conseguenze ecologiche e socio-economiche dell’espansione di Mnemiopsis leidyi.
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