La quinta sessione dell’Intergovernmental Negotiating Committee (INC-5) – il processo negoziale delle Nazioni Unite per un trattato globale giuridicamente vincolante contro l’inquinamento da plastica – si è conclusa senza un accordo. I Paesi partecipanti sono ancora lontani da un consenso sui punti chiave.
Venerdì 15 agosto, mattina di Ferragosto alle 7, i negoziati di Ginevra sono stati interrotti dopo che i Paesi non sono riusciti a raggiungere un accordo sui punti fondamentali. Durante i 12 giorni di colloqui non sono stati compiuti progressi sul testo.
I negoziati sul trattato contro l’inquinamento da plastica vengono sospesi, ma «Sono stati dieci giorni molto intensi, caratterizzati da complessità geopolitiche, sfide economiche e tensioni multilaterali» ha affermato Inger Andersen, direttore esecutivo del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP). «Tuttavia, una cosa rimane chiara: nonostante queste complessità, tutti i paesi vogliono chiaramente rimanere al tavolo delle trattative» ha continuato Andersen.
La ricerca del consenso continua
In risposta alla notizia del mancato raggiungimento di un accordo, il Segretario Generale delle Nazioni Unite, António Guterres, ha dichiarato: «Mi rammarico profondamente che, nonostante gli sforzi sinceri, i negoziati per raggiungere uno strumento internazionale giuridicamente vincolante sull’inquinamento da plastica, anche nell’ambiente marino, si siano conclusi senza raggiungere un consenso. Accolgo con favore la determinazione degli Stati membri a continuare a lavorare per combattere l’inquinamento da plastica e a rimanere impegnati nel processo, uniti nell’intento di realizzare il trattato di cui il mondo ha bisogno per affrontare questa sfida monumentale per le persone e l’ambiente».
Spinge verso un trattato forte, efficace e senza compromessi al ribasso la High Ambition Coalition (HAC) che riunisce, oltre all’Unione Europea con l’Italia, Canada, Regno Unito, Australia, Nuova Zelanda, Norvegia, Svizzera, Messico, Cile e altri Paesi.
I nodi irrisolti
Le bozze di accordo presentate dal presidente dei negoziati, Luis Vayas Valdivieso dell’Ecuador, sono state respinte da tutte le parti. L’approccio del presidente, basato sulla ricerca del consenso delle nazioni più restie, si è rivelato insufficiente anche per quei Paesi.
Il blocco dei produttori petrolchimici (che si autodefiniscono “Paesi affini”) guidato dall’Arabia Saudita e affiancato da Stati Uniti, Russia, India, Malesia e altri, ha respinto anche i testi basati su livelli minimi di intervento dove mancava ogni riferimento a sostanze chimiche, limiti di produzione, salute, emissioni climatiche e finanziamenti obbligatori, lasciando l’accordo lontano dalla conclusione come sei mesi fa in Corea.
Il punto centrale delle trattative verteva sulla questione se il trattato dovesse riguardare la produzione di plastica o concentrarsi esclusivamente sulla gestione dei rifiuti e sul riciclaggio, come sostenuto dal blocco petrolchimico e dai suoi alleati. L’industria petrolchimica globale, valutata 638 miliardi di dollari nel 2023, potrebbe raggiungere un valore di 838 miliardi di dollari entro il 2030. Saudi Aramco, la compagnia petrolifera dell’Arabia Saudita, prevede di destinare circa un terzo della sua produzione petrolifera alla plastica e ai derivati petrolchimici entro il 2030.
La crisi del multilateralismo
Il fallimento dei negoziati è una sconfitta per il multilateralismo. Il vertice di Ginevra arrivava dopo il fallimento a dicembre a Busan, in Corea del Sud. Il format che richiede un accordo unanime ha tenuto bloccato il processo negoziale in una situazione di stallo per tutta la durata della sessione di 12 giorni.
È anche un duro colpo per l’UNEP, che ha speso milioni per organizzare i colloqui ma funge solo da mediatore senza la capacità di influenzare i risultati, che sono decisi dagli Stati nazionali.
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