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NUOVO STUDIO

La frammentazione del territorio che minaccia la sopravvivenza dei mammiferi

La frammentazione del territorio che minaccia la sopravvivenza dei mammiferi

Gianluca Grossi Gianluca Grossi 12 Lug 2017

Fra i mali che affliggono l’ambiente ce n’è uno che pare inesorabile e irreversibile: è la frammentazione dei territori. Un fenomeno che sta mettendo a dura prova molte specie animali; specialmente quelle di grossa taglia. È stato recentemente compiuto un lungo lavoro che ha permesso di evidenziare le specie più a rischio fra i mammiferi. I test compiuti dagli scienziati della Colorado State University, in Usa, evidenziano uno stretto rapporto fra la frammentazione degli habitat e il collo di bottiglia. Con quest’ultimo termine si intende il livello minimo oltre il quale una popolazione non può scendere: indica il numero degli esemplari che la compongono e che sotto una certa soglia è indice di estinzione. Il colpevole? L’uomo. «Per la prima volta nella storia della Terra, una sola specie, la nostra, domina il globo», racconta Kevin Crooks, professore presso il Dapartement of Fish, Wildlife, and Conservation Biology. «Ma tanto più noi siamo connessi e uniti da infrastrutture, tanto maggiori sono i problemi arrecati alle altre specie».

 

Studiare l’impatto dell’uomo

 

Lo studio s’è concentrato sulle relazioni precise fra stato di frammentazione di un determinato territorio, e impatto specifico su una particolare specie. Così è stato possibile sviluppare il primo inventario che cataloga le specie in pericolo in relazione all’impoverimento dei territori; caratterizzato da mappe geografiche illustranti i punti precisi in cui l’impatto antropico è più difficile da gestire. Due le considerazioni principali: lo sviluppo urbano e la deforestazione. La crescita delle città è direttamente proporzionale al depauperamento genetico delle specie, e alla riduzione della biodiversità; e analogamente, la deforestazione, priva gli animali di corridoi sicuri attraverso i quali muoversi da un territorio all’altro. Crooks ha citato l’esempio dei leoni di montagna, nei primi del Novecento diffusi in tutti gli Stati Uniti, ma oggi molto più rari. La caccia indiscriminata li ha fortemente ridimensionati, e ora la frammentazione del territorio sta facendo il resto. Non si sa quanti ce ne siano (anche perché sono animali molto schivi, difficili da censire), tuttavia si è consci dell’impossibilità che hanno di muoversi liberamente per il continente, e dell’incremento del fenomeno di l’imbreeding (incrocio fra consanguinei); anticamera di sterilità e malattie genetiche.

 

La necessità di migrare

 

Va poi tenuto conto di un altro aspetto, ossia la necessità delle specie di migrare da una latitudine all’altra. Il cambiamento climatico, infatti, ha portato molte specie a muoversi verso nord, ma la frammentazione dei territori risulta un ostacolo insormontabile; e l’animale che vive in un contesto climatico che non gli è congeniale, alla fine, può solo estinguersi. Soluzioni? «E’ un problema che va affrontato su larga scala», dice Crooks, «prima che nuove specie scompaiano per sempre». Si parla dunque di connettività, auspicando interventi che possano, se non ripristinare gli ambienti del passato, almeno fornire dei “passaggi” per muoversi da una zona all’altra senza dover fare i conti con la firma dell’uomo. «I corridoi per la fauna selvatica», clonclude Crooks, «ne parliamo da tempo, ma ora è arrivato il momento di agire».

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riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com
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