Leggi qui la prima parte dell’itinerario nella Gola del Furlo
Nella porzione più a Nord delle Marche, in provincia di Pesaro, il fiume Candigliano ha generato gli spettacolari scenari rupestri della Gola del Furlo.
Il corso d’acqua, stretto tra pareti di roccia calcarea alte 300 metri che si estendono per più di 3 km, consente la sopravvivenza di lembi di foresta umida, sostituita più in alto da querceti mediterranei e da vaste praterie che occupano i rilievi circostanti per oltre tremila ettari. Le pareti verticali sono la casa di molti uccelli legati alla roccia mentre le foreste in quota sono frequentate abitualmente da lupi, daini e caprioli.
5 specie da osservare
Il velocissimo rapace è un altro ospite illustre. Due coppie nidificano sul versante Est della gola, una all’entrata e l’altra all’uscita. Le osservazioni migliori sono dalla Via Flaminia in direzione del Monte Paganuccio, da maggio a luglio, quando gli adulti sono in continua attività per la prole.
Rondone maggiore (Alpine martin Tachymarptis melba)
Si osserva insieme alle più comuni rondini montane, da aprile ad agosto, nei pressi della Grotta del Grano, un grande anfratto a metà della gola, dove entrambi gli uccelli nidificano. Si distingue dal rondone comune per le dimensioni maggiori e per il ventre bianco diviso da una banda scura.
Cervone (Elaphe quatorlineata)
Con quasi due metri di lunghezza è il più grande serpente d’Italia, presente dalla Toscana in giù, isole escluse. Completamente innocuo, nella riserva si incontra alle uscite della gola, non lontano dal fiume, da aprile a settembre, anche se è più facile vederlo a inizio estate.
Albero di Giuda (Cercis siliquastrum)
Noto anche come siliquastro, è un piccolo albero di origine mediterranea, alto meno di 10 metri, che non passa inosservato in primavera. A maggio, infatti, si riempie di fiori rosa riuniti in gruppi. Si osserva nel tratto finale dello sterrato che porta al punto panoramico.
Moehringia papulosa
Endemica delle gole calcaree dell’Appennino marchigiano, è una delicata piantina legata ad habitat rupestri. Forma sulle nude pareti di roccia della Via Flaminia piccoli cespugli ramosi e verdissimi che si riempiono di fiori bianchi tra fine aprile e maggio.
Nidi in parete
Le aquile del Furlo hanno una lunga storia: pare che i rapaci nidificassero qui già in epoca romana. Il territorio consente la permanenza di una coppia soltanto, visto che l’area di caccia di questi uccelli da preda si estende per decine di chilometri quadrati.
Nei secoli la presenza dei rapaci è stata piuttosto costante, andandosi a consolidare con l’avvento della riserva naturale, che offre una possibilità unica: sul fianco del Monte Paganuccio si possono osservare diversi nidi, alcuni dei quali “storici”.
I nidi vengono monitorati per seguire tutte le fasi della riproduzione, della manutenzione del nido, della nascita dei pulli, fino all’involo dei giovani. Le immagini, che vengono anche registrate, consentono di documentare la biologia degli animali e la loro costante attività, comprese osservazioni uniche sulla tipologia delle prede, tra le quali si contano anche volpi e serpenti.
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