I cambiamenti climatici, oltre ai fenomeni meteorologici estremi che provocano sulla terra, causano anche l’aumento delle temperature delle acque e un incremento della frequenza, della durata e dell’intensità delle ondate di calore marine.
Questo aumento estremo della temperatura del mare osservato nell’ultimo secolo può mettere a rischio popolazioni ittiche e la sopravvivenza di comunità costiere e sistemi alimentari, avverte Marine Stewardship Council (MSC), organizzazione non profit che promuove la salute degli oceani attraverso il suo programma per la pesca sostenibile.
L’oceano subisce gli impatti del riscaldamento del Pianeta assorbendo la maggior parte del calore, dell’anidride carbonica e dell’energia in eccesso. Questo genera effetti che hanno un impatto duraturo sulla biodiversità marina e sulle vite e i mezzi di sussistenza delle comunità costiere che vivono di pesca.
Il riscaldamento del mar Mediterraneo
Secondo la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (IPCC), il Mediterraneo è un hotspot di biodiversità, ma anche di cambiamento climatico e presenta un’elevata vulnerabilità dei suoi ecosistemi e delle società che lo abitano. Una recente ricerca condotta nelle acque spagnole del Mediterraneo rileva che la superficie di queste acque si riscalda a un ritmo maggiore di quello che interessa gli oceani (>2°C/100 anni) e che tale innalzamento della temperatura avviene lungo tutta la colonna d’acqua, riducendo la possibilità per le specie di sfuggire al calore spostandosi in profondità.
Nel bacino semi-chiuso del Mediterraneo, le specie amanti del freddo non possono spostarsi neppure verso nord, perché sono limitate dalla terraferma, mentre le specie che preferiscono le acque calde, come quelle termofile come sardine e acciughe, si stanno espandendo a discapito delle specie autoctone, come nel caso del granchio blu che sta causando importanti danni ambientali ed economici alle comunità di costiera del nostro Paese.
«Il settore della pesca nel Mediterraneo è di fondamentale importanza a livello sociale ed economico e in quanto tale va preservato attraverso l’adozione di pratiche di pesca sostenibili che aiutino i pescatori ad adattarsi agli inevitabili mutamenti che avverranno nelle nostre acque» avverte David Parreno Duque, biologo marino e Fishery manager per MSC in Italia.
I piccoli pelagici del nord-est Atlantico
Quando a causa del riscaldamento delle acque le specie ittiche attraversano i confini di gestione tra diversi Paesi, la mancanza di un monitoraggio e di una gestione condivisa può portare al sovrasfruttamento della risorsa, come nel caso dei piccoli pelagici nell’Atlantico Nord Est, in cui Regno Unito, Norvegia, Unione Europea, Islanda, Fær Øer, Groenlandia e Russia non riescono a concordare la spartizione delle quote di pesca delle rispettive flotte.
Per evitare che simili conflitti avvengano anche nel Mediterraneo e per mitigare l’effetto del cambiamento climatico sugli ecosistemi marini, le istituzioni di gestione della pesca svolgono un ruolo fondamentale.
L’innalzamento della temperatura delle acque potrebbe inoltre diminuire la capacità riproduttiva dello sgombro, dell’aringa atlantico-scandinava e del melù che dipendono dalle acque più fresche dell’Atlantico settentrionale per riprodursi.
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