Fiumi, laghi, paludi, torbiere e corsi d’acqua, le cosiddette “zone umide” sono ecosistemi fondamentali per la conservazione della biodiversità, per la sicurezza alimentare e per mitigare la crisi climatica.
In occasione della Giornata mondiale delle zone umide (World Wetlands Day) il 2 febbraio, il WWF lancia l’allarme sul loro stato di conservazione nel nostro Paese. Questa ricorrenza coincide anche con un doppio anniversario: i 50 anni della ratifica italiana della Convenzione di Ramsar (che raggruppa le zone umide d’importanza internazionale) e i 60 anni del WWF Italia, associazione che nasce proprio dalla volontà di proteggere un’area umida minacciata, il Lago di Burano in Toscana: la prima Oasi creata dal WWF.
I messaggi della Giornata internazionale
Il tema di quest’anno è “Zone umide e conoscenze tradizionali: celebrare il patrimonio culturale”. La campagna mette in luce il ruolo intramontabile delle conoscenze tradizionali nel sostenere gli ecosistemi delle zone umide e nel preservare l’identità culturale, con tre messaggi fondamentali:
- Le zone umide sono ecosistemi essenziali che sostengono una ricca biodiversità e fungono anche da culla del patrimonio culturale e delle tradizioni viventi, in particolare per le popolazioni indigene e le comunità locali.
- L’integrazione delle conoscenze tradizionali nelle strategie di conservazione migliora la protezione delle zone umide e promuove approcci inclusivi e basati sulla comunità che riconoscono e rispettano la saggezza ecologica di lunga data.
- Il degrado delle zone umide compromette il benessere umano, incide sui diritti umani e erode i sistemi di conoscenza tradizionali. È fondamentale intraprendere azioni immediate e su larga scala per salvaguardare il patrimonio culturale e sostenere i sistemi di conoscenza tradizionali che da tempo proteggono questi ecosistemi altamente produttivi.
In Italia, secondo le analisi, circa il 75% di quelli storicamente presenti è andato perduto, mentre quasi il 40% degli habitat di acqua dolce e salmastra versa in uno stato di conservazione “inadeguato”.

I salicornieti, insieme ai canneti di aree con un minore accumulo di salinità, sono i più importanti siti di nidificazione e rifugio dell’avifauna delle zone umide costiere. © Fabio Cianchi / WWF
Il ruolo delle Oasi del WWF
Secondo i dati più recenti del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE), in Italia sono 61 i siti Ramsar, 66 se si considerano anche quelli per cui è stato avviato il processo di riconoscimento e 11 di questi si trovano in Oasi del WWF. Si tratta solo di una frazione del complesso delle zone umide italiane, dato che molte zone umide di piccole e medie dimensioni non sono incluse nell’elenco Ramsar pur svolgendo un ruolo ecologico rilevante.
«L’Italia non ha adottato misure idonee a garantire il divieto sancito da un apposito regolamento europeo e questo, oltre a mettere a rischio la salute di tutti, ha portato all’apertura di una procedura d’infrazione. Un problema per il quale il WWF è attivamente impegnato a livello istituzionale e legale per ottenere il rispetto della legalità e un bando totale del piombo» ricorda l’associazione in occasione della Giornata mondiale.
La sfida della Nature Restoration Law
Per l’Italia, la Restoration Law rappresenta un cambio di paradigma: dal solo obiettivo di tutela e gestione si passa a una logica di ripristino attivo, orientata al recupero delle funzioni ecologiche.
«È necessario proteggere gli ecosistemi delle acque interne, contrastandone il degrado e la perdita di biodiversità e, laddove possibile, promuoverne il ripristino, per garantirne vitalità e funzionalità e la produzione dei servizi ecosistemici che da essi derivano. In questo quadro, l’adozione della Nature Restoration Law dell’Unione Europea rappresenta un passaggio chiave e un’importante opportunità anche per gli ambienti d’acqua dolce. Questo testo introduce per la prima volta obiettivi giuridicamente vincolanti di ripristino ecologico, imponendo agli Stati membri di avviare interventi di recupero su una quota significativa di ecosistemi degradati entro il 2030, con traguardi progressivi al 2040 e 2050. Le zone umide, le torbiere, i fiumi e gli ecosistemi d’acqua dolce rientrano tra le priorità esplicite del regolamento» avverte il WWF Italia.
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