C’è l’immaturità di un ego bambino nelle scelte che ci portano a voler dominare la natura, rimuovendo tutto ciò che di essa ci dà fastidio, non ci è utile o che, magari senza ammetterlo, ci fa paura.
Un approccio che vuole essere dichiaratamente e orgogliosamente antropocentrico, ma che in realtà è solo egoista, ignorante e senza alcuna lungimiranza.
Ecco perché mi rattrista, ma non mi stupisce, la recente decisione del Comitato permanente della Convenzione di Berna che ha votato a favore del declassamento dello status di protezione del lupo, portando la specie da “rigorosamente protetta” (Allegato II della Convenzione) a semplicemente “protetta” (Allegato III).
Una decisione che va contro il parere degli esperti e della scienza, oltre che delle decine di migliaia di cittadini europei che hanno firmato appelli e sottoscrizioni, e che ci riporta indietro di mezzo secolo aprendo una strada pericolosa per il futuro della conservazione della natura in Europa, compromettendo alcuni dei maggiori risultati ottenuti sul fronte della tutela di specie minacciate.
Tradotto in parole povere: l’abbattimento dei lupi sarà molto più facile, anche se richiederà delibere e atti amministrativi specifici.
La decisione entrerà in vigore tra tre mesi (il 7 marzo), a meno che 1/3 delle Parti della Convenzione di Berna (ovvero 17) non vi si opponga. A quel punto la Commissione europea potrà proporre una modifica dello status di protezione del Lupo nel quadro della Direttiva Habitat, che rappresenta il cuore delle politiche dell’Unione europea in materia di conservazione della biodiversità e di tutela dei siti naturali.
L’adozione di misure di prevenzione sarebbe la soluzione più efficace
In realtà la stessa Commissione europea, nell’analisi condotta nel 2023, aveva confermato che lo stato di conservazione del lupo in Europa non avrebbe giustificato un declassamento del suo regime di tutela e che l’adozione di misure di prevenzione rappresentava la soluzione più efficace sul medio e lungo termine per ridurre la perdita di bestiame causata dagli attacchi dei lupi.
La decisione di declassamento avvenuta il 3 dicembre è invece la conseguenza di motivazioni politiche e personali della Presidente Ursula von der Leyen e dei partiti di centro-destra, fortemente pressati soprattutto dalle lobbies di agricoltori (una parte) e di cacciatori, attraverso un processo di consultazione pubblica che peraltro, come denunciato da ClientEarth al Mediatore Europeo, non risulta essere in linea con le linee guida dell’Unione europea.
La scusa è sempre la solita: i lupi sono pericolosi per l’uomo e creano danni al patrimonio zootecnico degli allevamenti allo stato brado o semibrado. Due motivazioni strumentalizzate e non supportate da evidenze oggettive sufficientemente convincenti.
Infatti, un rapporto della stessa Commissione europea (2023) ha evidenziato che “la predazione del lupo non è rilevante”. I dati parlano chiaro: in Europa i lupi uccidono circa 65.500 capi l’anno, di cui il 73% sono pecore e capre, il 19% bovini e il 6% asini e cavalli. Parliamo di uno 0.065% su 279 milioni di capi totali! (Fonte: “The situation of the wolf (canis lupus) in the European union”)
Il lupo in Italia
In Italia i risultati del primo censimento nazionale del lupo riferiti alla stagione riproduttiva 2020 – 2021 hanno stimato che nel nostro Paese la specie è presente in un numero compreso tra 2945 e 3680 (Fonte: ISPRA 2021).
Nel periodo 2015-2019, sono risultati registrati nella Banca Dati Zootecnica Nazionale una media di circa 300.786 allevamenti zootecnici, di cui 156.152 con capi bovini o bufalini e 144.634 ovicaprini; di quest’ultimi circa il 23% sono risultati registrati in Sicilia o Sardegna, due Regioni che si trovano al di fuori della distribuzione del lupo in Italia.
Nello stesso periodo di tempo su tali allevamenti sono stati accertati 17.989 eventi di predazione da parte del lupo, per una media di circa 3.597 eventi ogni anno, con costi di indennizzo complessivo sul periodo di € 9.006.997 Euro, per una media di 1.801.367 Euro annui.
Forse può sembrare tanto, ma in realtà i danni provocati all’agricoltura per esempio dal cinghiale, la cui popolazione è stata stimata in circa un milione e mezzo di esemplari nel 2021, sono stati circa 120 milioni di euro negli ultimi sette anni. Abruzzo e Piemonte sono le regioni dove l’agricoltura è stata particolarmente danneggiata con, rispettivamente, 18 e 17 milioni di euro di danni calcolati tra 2015 e 2021 (Fonte: SNPA 2023).
A questi andrebbero poi aggiunti i danni, anch’essi quantificabili in decine di milioni di euro, prodotti soprattutto al patrimonio forestale e ai frutteti da parte di altri due ungulati la cui diffusione è in costante crescita, come il cervo e il capriolo.
Ovvero i costi economici provocati dagli ungulati, la cui diffusione è stata fortemente sostenuta dalle politiche venatorie, oltre che dal naturale abbandono delle aree montane, è stimabile in almeno 12-15 volte i costi legati al lupo. Senza dimenticare, nello stesso periodo 2015-2021, i 150 morti e 630 feriti vittime della caccia (Fonte: AVC-Dossier 20022-23), molti dei quali impegnati nella caccia a ungulati.
In compenso nell’ultimo secolo non si registrano casi di uccisioni di umani da parte dei lupi in Italia e solo di recente (2023) vi è stata un’aggressione effettivamente documentata, non letale, a Vasto (CH) da parte di un lupo isolato, a fronte di un’altra ventina avvenute negli ultimi anni ma non documentate con certezza. Mentre ricordiamo, giusto per confronto, che sono oltre 70 mila all’anno le aggressioni da parte di cani (selvatici e domestici) nel nostro Paese, alcune letali (Fonte: Ass. L’altra parte del guinzaglio odv, 2024).
Dunque queste decisioni, che stanno rapidamente creando le condizioni per abbattere legalmente i lupi (il bracconaggio ne uccide già alcune decine all’anno), sembrano davvero poco motivate, se non da reazioni emotive cavalcate strumentalmente da chi ha altri interessi.
E poi, ci chiediamo, abbattere i lupi servirà davvero a qualcosa? No, perché cacciano in branco e qualora venissero uccisi gli esemplari più anziani, il branco si frammenterà. Sarà allora più difficile da parte loro cacciare un cervo o un cinghiale e molto più semplice predare una pecora o un vitello. Senza contare la diminuzione del controllo naturale sulle loro prede selvatiche (ungulati in primis), ovvero animali il cui già elevato numero aumenterà ancora con conseguenti incrementi di danni sulle coltivazioni.
Eliminare un predatore ai vertici della catena trofica è quasi sempre un atto poco intelligente, come insegnano numerosi casi.
Non sarebbe allora giunto il momento di affrontare il tema della gestione delle specie selvatiche, soprattutto di quelle “problematiche”, con un approccio scientifico e soprattutto investendo anche nell’informazione e nella prevenzione?
Qui non abbiamo più spazio per entrare nel dettaglio di questi aspetti ma molto si può fare. Soprattutto dopo aver deciso che la ricchezza del patrimonio faunistico italiano è un bene da tutelare, con equilibrio e senza voler agire solo con la rimozione fisica di chi ci dà fastidio.
Sull’argomento leggi anche “Abbattere i lupi salverà la pastorizia?”
Se non vuoi perderti i prossimi articoli, iscriviti alla newsletter.
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com







