I paguri sono animali affascinanti. La fascinazione nasce da una loro prolungata frequentazione che altro non è che l’evoluzione della curiosità che questi crostacei suscitano in noi quando siamo bambini, un fenomeno al quale non sono sfuggito. Una delle prime attività dei bambini al mare è cercare di prendere qualcosa con retini e secchielli. Oggi si prende meno di un tempo, ma immancabili, e per fortuna, ci sono ancora i paguri. È una piccola lezione di zoologia che rimane indelebile e che forse per alcuni costituisce il seme per futuri approfondimenti o magari una carriera legata al mare.
Ma torniamo ai paguri. I crostacei per il loro rivestimento duro sono stati spesso paragonati ai cavalieri medievali dotati di armatura, ma i veri cavalieri a mio parere sono i paguri.
Infatti, al contrario di gran parte degli altri crostacei decapodi, essi sono gli unici a dover letteralmente indossare un’armatura per proteggere la parte terminale del loro corpo che è nudo, molle e indifeso.
L’armatura in questione è la conchiglia vuota di un mollusco gasteropode le cui dimensioni dipendono ovviamente dalla taglia del paguro che crescendo, muta dopo muta, deve regolarmente fare trasloco e cercarsi una “casa” più ampia.
Come è stato osservato, scegliere una casa più spaziosa non dipende soltanto dalle dimensioni del paguro, ma anche dalla necessità di far circolare più acqua all’interno della conchiglia permettendo al crostaceo di avere più ossigeno a disposizione per le sue necessità.
La conchiglia protettiva, inoltre, costituisce un interessante elemento di studio non solo per gli etologi, come racconterò tra poco, ma anche per gli ecologi. Trattandosi di un substrato duro, il più ricercato sott’acqua, la conchiglia con il tempo si ricopre di un vasto campionario composto da alghe, spugne, briozoi, vermi e altri organismi incrostanti che formano un variegato rivestimento destinato a diventare per molte specie un mezzo per aumentare la propria distribuzione nell’ambiente marino.
Per quanto se ne sa, la copertura non coinvolge direttamente i gusti del paguro, ma tutto cambia quando si prende in esame la simbiosi tra crostaceo e attinie, un esempio classico di questo fenomeno biologico che riguarda due specie che si aiutano reciprocamente. La cosa è ampiamente risaputa (o almeno spero) e si riassume così: l’attinia, che è urticante, difende il paguro e il crostaceo la porta a spasso come in carrozza sul fondo marino offrendole maggiori possibilità di trovare cibo.
Fare sfoggio di una grossa conchiglia è importante per un paguro, ma il vero status symbol di un VIP (Very Important Pagurus) è costituito proprio dalle attinie. Più se ne hanno e più il paguro è un tipo tosto, un dominante che non si fa scrupolo di arricchire il suo corredo quando incontra un suo simile. Ergendosi sulle zampe il vip (per lo più un Dardanus arrosor come quello fotografato da Gianni Neto) si avvicina all’altro che, sottomesso, rimane immobile. A questo punto il dominante lo ispeziona e se ritiene che ci sia un’attinia degna di nota inizia a pizzicarla delicatamente alla base. Poi, come descrive mirabilmente Danilo Mainardi in un suo libro «l’attinia percepisce quei messaggi, apre al massimo la corolla, s’allunga, poi sembra quasi che si rilassi. Infine, si abbandona tra le zampe del paguro».
A questo punto si stacca dal suo precedente ospite e si lascia trasferire sulla conchiglia del suo nuovo coinquilino che alla fine, assicuratosi che l’attinia abbia fatto presa, se ne va fiero e impettito con un ornamento in più e magari, perché no, alla ricerca di un fotosub che lo immortali.
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