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A PROPOSITO DI MUSEI

Intervista a Stefano Bruno Galli, Presidente del MUSE

Istituzione culturale di riferimento a livello nazionale e internazionale, il MUSE – Museo delle Scienze di Trento interpreta una visione d’insieme orientata alla conoscenza, all’impegno istituzionale e alla cura delle persone e degli ecosistemi

Intervista a Stefano Bruno Galli, Presidente del MUSE
© MUSE

Pietro Greppi Pietro Greppi 3 ore fa

Da storico delle idee politiche, studioso delle autonomie, professore universitario e uomo delle istituzioni, Stefano Bruno Galli è arrivato alla presidenza del MUSE nel momento in cui i musei contemporanei, oltre a conservare e divulgare, devono interpretare le grandi trasformazioni ambientali, sociali e tecnologiche del nostro presente. Alla guida del MUSE di Trento da due anni e mezzo, Galli si confronta oggi con la necessità di tradurre visione culturale e ricerca scientifica in un progetto di lungo periodo. Una sfida che il MUSE ha recentemente formalizzato nel nuovo Piano Strategico 2026-2028.

 

La Rivista della Natura – Lei proviene dalla storia del pensiero politico e delle istituzioni. Con quale sguardo un umanista si pone alla guida di un museo scientifico?

Stefano Bruno Galli – Le rispondo dopo. Prima voglio ricordare con la stima e l’affetto di sempre l’ideatore del MUSE, Michele Lanzinger, che se ne è andato da poco. Quando l’ho incontrato per la prima volta, all’alba del secondo millennio, era già un nome “pesante” nella e della museologia nazionale. Di lui ho sempre ammirato la competenza e lo spirito visionario. La sua capacità di guardare sempre più in là. Il grande successo del MUSE, nato ormai 13 anni orsono, ma forte della tradizione del Museo Tridentino di Scienze Naturali, è opera sua e lo certifica. Anche se era andato in pensione da un anno, la sua scomparsa ci lascia molto più poveri e ci consegna una grandissima eredità, assai impegnativa. Speriamo di essere all’altezza e di onorarla sino in fondo.

 

intervista a Stefano Bruno Galli

Stefano Bruno Galli, presidente del MUSE. © MUSE

 

RdN – Capiamo bene, anche noi abbiamo scritto di Michele Lanzinger. Adesso però torniamo alla domanda: cosa ci fa uno storico del pensiero politico alla guida di un museo delle scienze?

S. B. G. – Sono uno storico del tutto particolare. La mia disciplina infatti cerca di penetrare i segreti, gli “arcana imperii” del ciclo storico della modernità politica, dal XVI al XX secolo, che non è la modernizzazione, è qualcosa di molto più profondo. La rivoluzione scientifica del Seicento, il razionalismo del secolo dei Lumi, l’idea di progresso e di sviluppo, il positivismo e un’idea della storia in cui il divenire ha sempre e solo un segno positivo, fino ad arrivare all’idea di post-moderno, sono solo alcuni dei presupposti che conducono all’Antropocene, intesa quale epoca geologica del nostro presente. Un presente in cui non necessariamente oggi è meglio di ieri, ma peggio di domani. Le affinità della mia materia con le scienze naturali, in particolare come vengono praticate al MUSE di Trento, sono molte. Si pensi a Buffon e Diderot, Thoreau e Ralph Waldo, Rousseau e de Rougemont, Stoppani e Langer, solo per fare qualche nome.

 

RdN – Oggi che cosa deve rappresentare un museo scientifico?

S. B. G. – Un museo scientifico oggi, a mio avviso, ben oltre le collezioni esposte e gli animali tassidermizzati, deve essere interpretato come un avamposto finalizzato a intercettare e interpretare la complessità del nostro presente, che sta attraversando una profonda metamorfosi. Sta cambiando pelle e neppure troppo lentamente. E questo anzitutto per effetto dei mutamenti in atto sul piano ambientale, climatico, atmosferico, che pregiudicano seriamente la biodiversità, cioè la varietà di tutte le forme di vita sulla terra. Di conseguenza, il compito privilegiato di un museo scientifico è quello di trasformarsi, grazie all’azione e all’attività dei suoi ricercatori, in un intelligente laboratorio di azioni e di iniziative culturali concrete, allo scopo di innescare dei profondi processi di alfabetizzazione, di acculturazione e di sensibilizzazione, per promuovere e diffondere una maggiore consapevolezza dei mutamenti in atto nel rapporto dell’uomo con la natura. Dobbiamo recuperare un’armonia ragionevole.

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RdN – Emergenza climatica: mancano dimensione storica e visione del futuro nello studio delle crisi ambientali?

S. B. G. – Nel 2023, sono stato membro del Comitato per le celebrazioni del secondo millenario di Plinio il Vecchio. Abbiamo ripubblicato la monumentale Naturalis Historia, dove il celebre scrittore lariano denunciava l’eccessivo sfruttamento minerario e l’erosione del suolo. Anche nell’antica Roma ci si lamentava per l’inquinamento delle acque urbane e per i fumi derivanti dalla combustione del legno e del carbone. Prima i Sumeri, che abitavano la Mesopotamia, chiusa fra il Tigri e l’Eufrate, e poi gli Egizi, per via delle piene del Nilo, cominciarono a intervenire negli argini e nelle sponde dei fiumi per convivere con le ricorrenti e devastanti piene. È tuttavia con la rivoluzione industriale, alimentata dalla rivoluzione scientifica del Seicento, che si colloca il turning point. L’invenzione della ferrovia e della macchina a vapore in Gran Bretagna avviene grazie all’iniziativa dei privati. Ma quando la rivoluzione industriale attraversa la Manica e dilaga nell’Europa continentale, intervengono gli Stati per promuovere lo sviluppo, costruire strade ferrate e locomotive. E non c’è nessun settore produttivo così “avvolgente” come la costruzione delle ferrovie: l’industria pesante per i binari e le locomotive, il legno per le traversine e l’interno dei vagoni, l’industria estrattiva per il carbone. Il cielo di Manchester e di Liverpool, poi di Parigi, del bacino della Ruhr e della valle del Po, comincia a coprirsi di una densa caligine nera, le piogge diventano acide e le città malsane. E la responsabilità è anzitutto degli Stati che se da un lato hanno promosso lo sviluppo, dall’altro sono stati in qualche modo spietati e senza ritegno. Oggi mancano la conoscenza e la consapevolezza storica, pertanto non c’è una visione del presente e del futuro.

 

RdN – A proposito del nuovo Piano Strategico 2026-2028 il MUSE punta su ruolo pubblico, autorevolezza scientifica, innovazione culturale e impatto sociale. Qual è la sfida più complessa che questo documento impone al MUSE?

S. B. G. – Anzitutto consentimi di fare i complimenti e congratularmi con il direttore Massimo Bernardi, che ha lavorato intensamente al Piano Strategico. In linea di continuità con il passato, dobbiamo continuare a coniugare in modo virtuoso la ricerca scientifica con la divulgazione. In generale stiamo affrontando tempi molto delicati. Bando alle superficialità e alle approssimazioni, che depistano e non servono a nulla, se non a diffondere demagogia. Solo un bravo ricercatore è un efficace divulgatore, serio e rigoroso, che non semplifica né banalizza le questioni. Ma con l’eccellente qualità delle talentuose risorse umane coinvolte nella straordinaria avventura del MUSE, nulla è precluso o impossibile.

 

RdN – Nel piano ricorrono parole come “responsabilità pubblica”, “partecipazione”, “impatto”. Come si misura l’impatto di un museo?

S. B. G. – Un museo come il MUSE deve aprirsi al territorio, andare incontro ai visitatori, prenderli per mano e portarli dentro l’edificio disegnato a suo tempo da Renzo Piano e ideato da Michele Lanzinger. Deve sensibilizzarli, come dicevo prima, ai problemi del nostro presente e alla sua complessità. È un ruolo di grande responsabilità pubblica. Se il visitatore, quando esce dal MUSE, non butta più per terra o lungo il sentiero di montagna la carta della caramella, oppure usa l’acqua, che è una risorsa scarsa, con maggiore parsimonia, il MUSE ha fatto centro. Questo è l’impatto di un museo sul piano culturale e comportamentale.

 

RdN – Il MUSE nasce profondamente legato al Trentino, ma parla a un pubblico internazionale…

S. B. G. – A me piace dire che il MUSE è un museo del territorio, nel territorio e per il territorio. Questo è il suo profilo. È espressione del Trentino, completamente immerso nella realtà trentina, si rivolge al Trentino e, più generale, all’intero arco alpino. E guarda a un pubblico europeo, al di qua e al di là delle Alpi. I visitatori stranieri sono in crescita…

 

RdN – Da storico: quale museo del passato ritieni sia ancora un modello di riferimento?

S. B. G. – Nessuno. I musei di oggi sono completamente diversi da quelli di ieri. È la legge fondamentale della modernità che ci impone il continuo adattamento al mutamento storico, pena l’esclusione dalla storia.

 

RdN – C’è un oggetto, uno spazio o una collezione del MUSE che considera sottovalutata a cui il pubblico dovrebbe dedicare più attenzione?

S. B. G. – Più che un oggetto o una collezione, mi piacerebbe che venisse riscoperta la figura di Giovanni Battista Trener, geologo trentino di rango, amico e collaboratore di Cesare Battisti per la cartografia, di cui l’anno prossimo cadrà il 150mo anniversario della nascita. Fu direttore del Museo Tridentino di Scienze Naturali dal 1922 al 1932 e poi dal 1946 al 1954. È grazie a Trener, poi a Gino Tomasi, infine a Michele Lanzinger che il vecchio Museo Tridentino è diventato il MUSE. Bisogna avere la consapevolezza della profondità storica: dietro i successi di oggi c’è la solida e gloriosa tradizione scientifica di ieri.

 

RdN – I musei oggi competono con streaming, social network, intelligenza artificiale, overload informativo. Come si muove il MUSE in tal senso e perché una persona sceglie ancora di entrare fisicamente in un museo?

S. B. G. – Il MUSE c’è sui social media. Ma l’esperienza visiva, empirica e conoscitiva, autentica e profonda è insostituibile. Deve essere lenta perché si contrappone alla frenesia della vita quotidiana e della comunicazione digitale, che s’impadronisce di noi. L’esperienza della visita al museo non te la restituiscono certo uno schermo e una tastiera. Davanti a un animale tassidermizzato, alla nobiltà dell’aquila reale, alla maestosità del gipeto o all’astuzia della volpe, alla simpatia dell’okapi o al manto elusivo del leopardo delle nevi, costruisci un rapporto interiore con il tempo e con l’animale che è emozionante, unico e irripetibile. Ti segna in profondità e te lo porti dietro per tutta la vita. Diventa una parte essenziale di te.

 

RdN – Che cosa teme di più per i musei del futuro: la scarsità di risorse, la superficialità culturale o l’irrilevanza sociale?

S. B. G. – Senza dubbio la scarsità delle risorse diventerà progressivamente un problema rilevante. Le risorse delle istituzioni pubbliche non sono infinite, anzi. È allora necessario che i musei siano in grado di dare una risposta virtuosa in termini di sostenibilità. Il 62 per cento del bilancio del MUSE è costituito da risorse nostre, tra biglietti, bar, shop, locazione delle sale e sponsor tecnici; solo il 38 per cento del bilancio arriva dai finanziamenti pubblici. È questa la strada da percorrere risolutamente e senza indugi verso la virtuosità. Anche l’arretramento della sensibilità culturale è un problema con il quale dobbiamo fare i conti. Ogni museo assolve una funzione pubblica fondamentale, in termini di diffusione della cultura, di conoscenza, di spirito critico, e non deve mai abdicare a questo ruolo. Penso che in futuro ci sarà una sorta di selezione naturale.

 

RdN – Se potesse progettare una mostra impossibile — senza limiti di budget o vincoli organizzativi — quale sarebbe?

S. B. G. – Una mostra sul futuro. Ci stiamo pensando…

 

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