È una vera e propria corsa conto il tempo, quella in atto, per la conservazione della biodiversità degli animali d’allevamento. Molte razze locali stanno infatti rapidamente scomparendo perché purtroppo non riescono a competere con le razze industriali, più produttive. Ma anche a causa dell’abbandono dell’agricoltura in aree marginali del mondo, di cattive politiche di conservazione delle specie autoctone, di uno scorretto management dal punto di vista genetico o semplicemente per instabilità sociali, causate da guerre e carestie.
La FAO stima che nell’ultimo secolo si sia già estinto il 10% delle razze, che il 30% sia ora a rischio e che di un altro 30% non si abbiano notizie sufficienti per definire il loro grado di rischio. Per questo, nell’ambito del “Global Plan of Action for Animal Genetic Resources” dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, è in corso di svolgimento in tutto il mondo l’analisi del DNA degli animali allevati per caratterizzarne la biodiversità e ottimizzare i programmi di conservazione e miglioramento genetico delle specie e aumentarne la resilienza ai cambiamenti climatici.
La perdita di varianti geniche uniche
Nei millenni, infatti, gli animali domesticati si sono adattati a vivere e produrre in condizioni ambientali molto diverse e solo varianti geniche uniche hanno permesso loro di sopravvivere a condizioni estreme.
L’estinzione di molte razze locali sta portando oggi alla perdita di queste varianti, ma esistono metodi di analisi del DNA per poterle identificare e potenzialmente selezionare per trasferirle nelle razze che vengono allevate su scala industriale. Operazione che potrebbe rivelarsi utile in futuro, quando Paesi storicamente con clima temperato come il nostro dovessero acquisire un clima più estremo, con caldo killer e aridità dei territori.
Un contributo fondamentale all’elaborazione delle linee guida di questo mastodontico censimento genetico è arrivato dalla Facoltà di Scienze Agrarie, Alimentari e Ambientali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Piacenza.
Come spiega Paolo Ajmone Marsan, che ha coordinato parte del lavoro: «Grazie al sequenziamento genomico sarà possibile effettuare una caratterizzazione dettagliata del DNA di tutte le razze zootecniche esistenti. In questo momento sono state sequenziate diverse migliaia di individui di più di 100 razze, ma le razze sono più di 8000». Quanto ai tempi, attualmente si pensa a dieci anni, ma la genomica è sempre andata più veloce di quanto pianificato, grazie a salti tecnologici continui, si potrebbero quindi accorciare.
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