Forse non tutti sanno che durante il Pleistocene, tempo geologico compreso tra 2,58 milioni e 11.700 anni fa, la specie più diffusa nel nostro continente era la lince pardina, un particolare felino dalla coda corta che si distingue dai suoi simili per i caratteristici pennacchi sulle orecchie, i ciuffi sotto il mento e le macchie che spiccano sul pelo bruno-giallastro.
Oggi vive soltanto in ristrette aree della penisola iberica ed è ad alto rischio di estinzione – tanto da essere oggetto di numerosi progetti di conservazione e salvaguardia – ma nel primo quaternario la lince pardina (Lynx pardinus) era molto comune in gran parte dell’Europa mediterranea, mentre l’attuale lince eurasiatica (Lynx lynx) si è diffusa nella penisola italiana solo in tempi molto più recenti.
Gli scavi nel Gargano
A scoprirlo è stato un recente studio coordinato da un gruppo di paleontologi del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università La Sapienza di Roma e dell’Università di Perugia, pubblicato sulla rivista Quaternary Science Reviews, che ha ricostruito la storia evolutiva di questo predatore.
Grazie all’analisi dei numerosi fossili rinvenuti a Ingarano nel Gargano, in Puglia, il più ricco campione di resti di crani, mandibole e denti attribuibili a linci pleistoceniche, lo studio ha dimostrato la massiccia presenza della lince pardina nella regione.
L’evoluzione della lince pardina

Il cranio ricostruito digitalmente di una lince di Ingarano. © Dawid A. Iurino/Università di Perugia
Un ruolo di primo piano nella ricerca lo hanno avuto le analisi tomografiche, che hanno permesso ai ricercatori di restaurare, virtualmente e senza comprometterne lo stato, i crani garganici e di studiarne l’anatomia in dettaglio.
Mostrando come le linci pardine del passato fossero in generale più grandi rispetto a quelle delle poche decine di esemplari che dall’inizio del Novecento sopravvivono nella penisola iberica, e che sono oggi gli ultimi eredi di una linea evolutiva di linci molto antiche.
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