Era il 2018, quando la Polinesia francese aveva iniziato a tutelare le sue acque territoriali (ben 4,9 milioni di chilometri quadrati, una superficie paragonabile a quella dell’Europa) tramite l’istituzione di un’area marina regolamentata.
La parola utilizzata in francese è gérée, ovvero gestita, regolamentata appunto: un termine scelto appositamente per rimarcare una sottile differenza con la parola protégée, solitamente utilizzata per le aree marine, e enfatizzare più l’uso sostenibile dell’ecosistema che la sua protezione. Intendiamoci, era stato comunque un enorme passo in avanti: perché la zona di Pacifico interessata intorno alle 118 isole dipendenti dalla Francia è enorme, la biodiversità straordinaria e gli obiettivi di Tainui Atea – questo il nome polinesiano dell’area – significativi, tra cui quello di mantenere in buono stato di conservazione il patrimonio naturale, valorizzare la pesca sostenibile, assicurare una gestione coordinata tra tutti gli attori coinvolti.
Protezioni “rafforzata”, “stretta” e “forte”
Lo scorso anno, durante la terza conferenza delle Nazioni Unite sull’oceano, il governo della Polinesia francese ha però annunciato di voler fare di più. In primis, ha detto di voler rinforzare la protezione di Tainui Atea; in tutta l’immensa area scatterà il divieto di sfruttamento dei fondali e quello dei FAD, i Fish Aggregating Devices, strutture galleggianti progettate per attirare pesci pelagici come tonni e lampughe, facilitandone la cattura (ma spesso dannose perché nelle reti finiscono anche altre specie marine).
Poi ha dichiarato di voler creare 900.000 kmq di aree marine “sotto protezione stretta” (questa volta la parola si può usare senza aver problemi di essere fraintesi), classificate come riserve integrali (categoria I) e parchi territoriali (categoria II); e ancora di mettere “sotto protezione forte” ben 200.000 kmq di zone costiere, ripartite su quattro dei cinque arcipelaghi polinesiani: isole Gambier, isole della Società occidentali, isole Australi e isole Marchesi.
Un modello da imitare
Si tratta di misure eccezionali per scala e importanza, non solo locale ma anche globale, visto che con questa decisione l’estensione di aree marine protette del mondo aumenta di oltre un punto percentuale. E anche perché il modello è da imitare: ogni iniziativa si basa su un approccio partecipativo che coinvolge le comunità locali, i pescatori, le associazioni, le autorità tradizionali e le istituzioni pubbliche. In particolare, le isole Gambier saranno l’arcipelago pioniere di un nuovo progetto di sviluppo sostenibile incentrato sull’area marina protetta. Un piano di gestione 2026-2036 è stato approvato da una task force di istituzioni, esperti, autorità locali e comunità; prevede tutela delle lagune e delle barriere coralline, ma anche trasmissione delle conoscenze tradizionali (tra cui il rahui, l’antica pratica polinesiana di gestione delle risorse) e diversificazione delle risorse per implementare nuove iniziative sostenibili per un turismo a basso impatto. Le Gambier sono famose per la coltivazione delle perle, la cui pratica richiama un certo numero di visitatori, ma il progetto mira appunto a diversificare le esperienze per offrire anche altre fonti di reddito sostenibile agli abitanti delle isole.
Una protezione che trascende i confini
C’è ancora un aspetto importante. Da gennaio 2026 è in vigore un nuovo trattato, chiamato BBNJ (Biodiversity Beyond National Jurisdiction) o anche High Seas Treaty. È stato firmato al momento da 88 Stati e prevede per la prima volta la creazione di aree marine protette anche in acque internazionali. Un passo straordinario per la biodiversità oceanica: molte specie marine migrano o si muovono ben al di là delle acque territoriali e assicurare la loro protezione all’interno di corridoi ecologici è essenziale per la loro conservazione.
Anche attorno alla Polinesia francese si pianifica di proteggere vaste estensioni di oceano, in particolare tre tratti di mare, di cui il maggiore a est degli arcipelaghi, verso le isole Pitcairn. «Un’ambizione che trascende i confini» ha dichiarato il presidente polinesiano Moetai Brotherson. «Questo trattato rappresenta uno strumento concreto per estendere una protezione coerente dei nostri spazi marittimi, dalla laguna al mare aperto, e per rafforzare una sovranità blu radicata sia nella nostra millenaria cultura oceanica che nella scienza. Ci permette di stringere i legami con i nostri fratelli e sorelle del Pacifico al di là dei confini ereditati dalla storia. Dimostriamo al mondo che la nostra sovranità non risiede in ciò che prendiamo dall’Oceano, ma nella protezione e nel rispetto che gli offriamo. Garantendo la salute dell’alto mare, assicuriamo la sopravvivenza del nostro clima e la prosperità dei nostri figli. La Polinesia è pronta ad assumersi la propria parte di responsabilità nella governance globale».
Anche da un Paese popolato solo da 300.000 persone può venire nuova speranza per il futuro degli oceani.
- © Grégory Lecoeur
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