Anche quest’anno, come ogni fine estate, la caccia rappresenta un argomento divisivo, capace di incendiare gli animi dopo gli incendi veri che hanno messo a ferro e fuoco vaste aree del Paese, dimostrando una vulnerabilità del nostro sistema di protezione ambientale.
Così, in quest’estate rovente sotto il profilo climatico, si scontrano sul tema dell’apertura della caccia le associazioni, sia venatorie che ambientaliste, e le amministrazioni regionali. Una contesa che come sempre è destinata ad arrivare sui tavoli dei tribunali amministrativi, a seguito di ricorsi del mondo ambientalista contro i calendari venatori e le cosiddette pre-aperture della caccia.
Questa estate è stata caldissima, con una siccità tanto dilagante quanto devastante per la fauna e l’ambiente. A peggiorare un quadro naturale problematico si è inserito, come sempre accade, il complesso delle attività criminali messe in atto dai piromani, che sperano, a ragion veduta, di trarre guadagni dai roghi.

Questo avviene grazie all’inerzia di molte amministrazioni locali nella gestione del catasto degli incendi, che di fatto dovrebbe servire a impedire qualsiasi attività economica sui terreni attraversati dal fuoco, per un periodo di dieci anni. In questo quadro di devastazione ambientale si innestano le difficoltà per gli animali selvatici, duramente provati da siccità e incendi.
Nelle Regioni attraversate dai roghi gli ambientalisti hanno chiesto la sospensione dell’attività venatoria almeno sino alla terza domenica di settembre, data di apertura ordinaria della stagione di caccia.
Le Regioni interessate, come sempre accade, fanno orecchie da mercante, al di là dell’identità politica degli amministratori. I cacciatori, infatti, seppur ridotti a poco meno di mezzo milione, rappresentano un serbatoio elettorale sicuro al quale la politica non vuole rinunciare. Chi pratica l’attività venatoria è sempre riconoscente in modo tangibile verso chi protegge la caccia, ricompensando con voti certi alle elezioni i partiti politici che hanno dimostrato maggiore attenzione nel difendere questo contestato mondo che, anno dopo anno, si contrae numericamente sempre più.
In Sicilia e Calabria, ad esempio, vengono consentite le cosiddette “aperture anticipate” a determinate specie, senza tenere in alcuna considerazione il parere negativo stilato dall’ISPRA, l’organo tecnico che è emanazione del Ministero della Transizione Ecologica (ex Ministero dell’Ambiente).
Questo comporterà inevitabili ricorsi, come recentemente accaduto in Abruzzo dove il TAR ha accolto la richiesta di sospensiva del calendario venatorio regionale, a seguito del ricorso di WWF, ENPA, LIPU, LAV, LNDC Animal Protection, rimandando all’8 settembre la discussione del merito. Federcaccia e altre associazioni venatorie si sono già attivate per impugnare il provvedimento che non consente l’apertura anticipata, schierandosi a fianco della Regione in una snervante guerra di posizione.
In tutto questo le amministrazioni regionali hanno imparato ad adottare una strategia dilatoria, approvando all’ultimo momento i calendari venatori, per rendere sempre più difficile che l’impugnazione dei provvedimenti, possa portare risultati in tempi utili per bloccare i provvedimenti. Un comportamento questo che certo non fa onore a un ente pubblico, che dovrebbe avere come dovere fondamentale quello di difendere i diritti e gli interessi della collettività e non soltanto quelli di una sparuta minoranza.
In tempi che richiederebbero massima attenzione nei confronti della tutela ambientale gli amministratori locali, invece, cedono di fronte alle continue pressioni delle associazioni venatorie.
Secondo queste ultime, infatti, neppure lo stato di calamità può essere usato come giustificazione per ritardare o annullare l’apertura della stagione della caccia. Una contrapposizione fra ambientalisti e cacciatori che dura da sempre, specie quando si parla di aperture della stagione venatoria già nel mese di agosto, periodo in cui è ancora in corso il periodo riproduttivo di molte specie animali. Le associazioni di protezione ritengono che il tempo durante il quale la caccia è consentita dovrebbe essere accorciato e non esteso, mentre gli avversari sostengono la necessità di avere la caccia aperta tutto l’anno, almeno per le specie che sono giudicate in sovrannumero come gli ungulati. Due posizioni ovviamente inconciliabili.
Gestendo in questo modo la tutela degli animali selvatici, fra ricorsi, sospensive e tribunali, l’Italia risulta essere in costante affanno nella efficace difesa del suo capitale naturale, specie in momenti eccezionali come quelli registrati questa estate. Cambiamenti climatici, siccità e incendi avrebbero dovuto portare ragionevolmente a una moratoria di dodici mesi sullo svolgimento dell’attività venatoria, almeno nelle regioni colpite dai roghi.
Senza la necessità per gli ambientalisti di doversi sempre rivolgere ai tribunali per vedere riconosciute le legittime aspettative di quanti si occupano di voler difendere quello che la legge riconosce come patrimonio indisponibile dello Stato, tutelato nell’interesse della comunità nazionale e internazionale.
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