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Scienza
geologia

Le faglie dello Ionio che allontanano la Sicilia dalla Calabria

Le faglie dello Ionio che allontanano la Sicilia dalla Calabria

Andrea Di Piazza Andrea Di Piazza 8 Gen 2018

La complicata geologia del margine di placca su cui si trovano l’Italia e, soprattutto, la Sicilia, ha da oggi meno segreti. Un team internazionale composto da ricercatori dell’Istituto di Scienze Marine del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Ismar-Cnr) di Bologna, dell’Università di Parma, dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e del Geomar di Kiel (Germania), ha scoperto un grande sistema di faglie molto profonde nel settore del Mar Ionio. Una scoperta importante per le numerose implicazioni geologiche e pubblicata su Nature communications. Il sistema permette la risalita di materiale profondo che apparterrebbe alla Tetide, l’antico oceano che occupava un tempo le regioni del Mediterraneo attuale e che è stato ‘riassorbito’ dai movimenti relativi delle placche tettoniche. Una vera e propria ‘finestra’ sulle profondità della Terra, che permette di osservare indirettamente blocchi dell’antico oceano e di studiarne l’evoluzione nel tempo. Il movimento delle faglie sarebbe inoltre responsabile dell’allontanamento della Sicilia dal resto d’Italia ed è capace di innescare ancora processi vulcanici e sismici.

Il sistema di faglie dello Ionio

A partire dall’Oligocene, lo scontro tra la Placca Africana e quella Eurasiatica ha prodotto l’assorbimento della Neo-Tetide e la formazione del sistema di subduzione di cui espressione superficiale sono i vulcani eoliani e l’arco calabro. In questo complesso quadro geologico si inseriscono i due sistemi di faglie scoperti, che sono stati battezzati “la Faglia dello Ionio” e “la Faglia Alfeo-Etna”. Il primo sistema è leggermente arcuato, corre in direzione ESE-NNW attraversando l’intero mar Ionio e terminando in una zona imprecisata tra il messinese e le isole Eolie; il secondo sistema, invece, ha una direzione SE-NW e si sviluppa a largo della costa siciliana orientale allineandosi con il vulcano Etna. Entrambi i sistemi sono caratterizzati da movimenti trastensivi (estensione e trascorrenza) e descrivono un ampio settore in cui si riconoscono anche altre faglie minori.

Blocchi di storia in risalita dal profondo: il diapirismo

Durante questa ricerca, lungo il sistema Alfeo-Etna, l’elaborazione dei dati geofisici acquisiti ha portato all’individuazione di almeno 13 corpi magnetici sub-circolari. L’incrocio di dati di diversa natura ha portato a scartare alcune ipotesi sulla genesi di questi corpi, tra cui il magmatismo e il diapirismo salino o da fango. Si tratterebbe piuttosto di materiale roccioso della Tetide, risalente al Mesozoico, e in particolare di rocce serpentinitiche. Le serpentiniti sono rocce sottoposte a un processo metamorfico di bassa temperatura, che trasformano i minerali originari anidri (es. pirosseno e olivina) in minerali idrati. Il processo è noto come ‘serpentinizzazione’ e provoca non solo il rilascio di calore, ma anche una modifica profonda delle caratteristiche fisiche della roccia stessa: il volume della roccia aumenta, mentre la sua densità diminuisce drasticamente. In questo senso le rocce serpentinizzate possono trovarsi con una densità minore rispetto a quelle circostanti, motivo per cui tendono a risalire verso l’alto. Si chiama ‘diapirismo della serpentinite’ ed è il processo che, secondo gli autori della ricerca, sarebbe alla base dei corpi sub-circolari trovati nella crosta dello Ionio. Si tratterebbe dunque del primo esempio al mondo di questo fenomeno in un contesto di subduzione. La presenza di queste rocce potrebbe favorire inoltre la formazione di terremoti, come osservato in altre zone del pianeta.

La posizione dell’Etna

Numerosi studiosi concordano sul fatto che la formazione dell’Etna deve essere legata alla presenza di una significativa discontinuità della crosta che faciliterebbe la risalita dei magmi. L’esistenza di questa struttura sembra essere confermata anche dalla geochimica dei prodotti eruttivi del vulcano siciliano. I magmi etnei, a differenza di quelli delle vicine Eolie, sembrano affini a una zona di sorgente non contaminata dalle rocce in subduzione. Per spiegare ciò, alcuni studiosi hanno invocato una situazione tipo “slab window”: ovvero la presenza di una ‘finestra’, di uno squarcio, nella placca in immersione, permetterebbe l’afflusso sotto l’Etna di un mantello libero dalla contaminazione di rocce superficiali. Secondo altri autori, invece, l’origine dei magmi etnei sarebbe legata a una fusione delle rocce sottostanti il vulcano, indotta da una diminuzione di pressione di origine tettonica (es. estensione). La struttura Alfeo-Etna ben si inserisce in entrambi gli scenari previsti e a questo punto spiegherebbe facilmente l’esistenza del vulcano siciliano, come peraltro suggerito anche dal confronto tra l’età della struttura tettonica e l’inizio dell’attività vulcanica in zona.

Questo studio dunque non è solo di grande importanza per l’approfondimento delle conoscenze geologiche, ma anche e soprattutto perché può aiutare a mitigare il rischio legato a fenomeni come i terremoti o le eruzioni vulcaniche in zone densamente popolate del nostro Paese.

 

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  • Mediterraneo
  • vulcani

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