Gigantesche sagome di pietra si elevano tra le fronde del querceto. Sono statue vecchie di cinque secoli, alcune alte quasi dieci metri, logorate dal tempo e dalla vegetazione. Ciuffi di felci decorano la base delle strutture e chiazze di muschio disegnano un mosaico verde sulla pietra porosa.
I soggetti celebrati con queste statue non sono quelli che ci aspetteremmo: niente eroi, santi o personaggi storici, bensì orchi, draghi, elefanti, figure mitologiche, oltre a curiose costruzioni che stravolgono i nostri schemi. Siamo a Bomarzo, nel nord del Lazio, terra dove convivono testimonianze romane, etrusche e medioevali.
Il Sacro Bosco di Bomarzo – questo il nome storico del giardino, oggi chiamato semplicemente “Parco dei Mostri” – è un luogo magico e sorprendente, oltre che una delle testimonianze più singolari della storia del paesaggio e del giardino italiano.
A rendere speciale questo luogo è innanzitutto il contesto: le statue, infatti, non sorgono in un giardino ordinato, ma in un bellissimo querceto irregolare che borda l’abitato di Bomarzo e si estende a ovest verso la vicina Riserva Naturale del Monte Casoli.
Pare che un tempo gli alberi fossero meno abbondanti, mentre oggi lecci, rovere, roverelle e cerri, arricchiti da un fitto sottobosco, avvolgono completamente il giardino, trasformandolo in una miscela unica di arte e natura.
Il giardino del principe
Il Sacro Bosco di Bomarzo si deve al principe Vicino Orsini, uomo colto, raffinato ed eccentrico che si dedicò a quest’opera dal 1552 e al 1580.
Non si sa chi furono gli scultori e gli architetti che diedero forma alle idee del principe, anche se è noto che il contributo più importante lo fornirono gli architetti Jacopo Barozzi da Vignola e Pirro Ligorio.
L’intento del principe era realizzare un “giardino di delizie” ricco di innovative opere d’arte da dedicare alla moglie, Giulia Farnese, scomparsa prematuramente.
Gran parte delle sculture è stata scolpita nei massi di tufo presenti sul posto.
In questo labirinto di simboli storici, letterati e filologi hanno rintracciato elementi della letteratura antica, soprattutto greca, così come motivi molto più recenti, quali il Canzoniere del Petrarca e l’Orlando Furioso dell’Ariosto.
Ma l’impianto è talmente eccentrico che è difficile determinarne un disegno chiaro.
Quel che è certo è che il Parco dei Mostri rompe gli schemi architettonici del periodo rinascimentale privandosi delle geometrie rigorose e delle figure di matrice classica, a favore di un disegno irregolare e adattato alle asperità del terreno.
Dopo la morte di Vicino Orsini, nel 1585, il parco fu abbandonato alla vegetazione finché, nella seconda metà del Novecento, Giancarlo e Tina Severi Bettini si innamorarono di questo luogo riportandolo alla luce.
Oggi la coppia è sepolta nel tempietto del parco, dove probabilmente riposa anche l’amata Giulia Farnese.
Gli abitanti più famosi
Non esiste un vero e proprio itinerario da seguire. L’approccio migliore per la visita è girovagare lungo i sentieri finché non ci si imbatte in una statua, in accordo con quanto scritto sulla panca etrusca, una delle sculture del parco: «voi che pel mondo gite errando vaghi di veder meraviglie alte et stupende venite qua, dove son facce horrende, elefanti, leoni, orchi et draghi».
Su una superficie di tre ettari, sono più di venti le opere, fra cui un elefante in dimensioni reali ispirato dalle battaglie di Annibale contro Roma. L’animale, guidato da un condottiero su una sella fortificata, tiene nella proboscide il corpo senza vita di un legionario romano.
Non lontano da qui si trova un’altra delle statue più belle del parco: un gigantesco drago alato che combatte con un cane, un leone e un lupo.
Di grande effetto è anche la casa pendente, inclinata di circa 20 gradi. Non si è piegata nel tempo, come molti credono, ma è stata volutamente costruita in questo modo per ingannare la percezione degli spazi. E basta fare qualche passo al suo interno per rendersi conto di quanto il lavoro sia raffinato.
Tra gli altri capolavori va citato l’orco, sicuramente l’opera simbolo del Parco dei Mostri. Ritrae un grande volto semi-umano con l’espressione terrorizzata, gli occhi dilatati e la bocca aperta, dentro la quale si trova una cavità di un paio di metri di diametro e un tavolo.
Molti artisti contemporanei furono profondamente colpiti da questo luogo. Tra i più illustri, il pittore spagnolo Salvador Dalì e l’olandese Carel Willink, entrambi autori di diverse opere in cui le statue del Parco dei Mostri sono facilmente riconoscibili.
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