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Le specie aliene e la zoocorìa

Le specie aliene e la zoocorìa

Agnese Marchini Agnese Marchini 5 Ott 2017

Il contenimento delle specie aliene invasive – introdotte dall’uomo da aree geografiche lontane e poi diffusesi con vari mezzi nel nuovo areale – è una delle sfide attuali per la gestione e la conservazione della biodiversità. Comprendere i meccanismi attraverso i quali le specie aliene riescono a diffondersi e conquistare aree sempre più ampie è necessario per pianificare strategie di controllo. Purtroppo, però, alcune specie aliene trovano inconsapevoli “alleati” che facilitano il loro processo di dispersione, rendendo vani i tentativi di controllo e contenimento.

Caso emblematico è quello della “cozza zebrata”, Dreissena polymorpha, un mollusco bivalve d’acqua dolce originario della Russia, che ha invaso laghi e fiumi dell’Europa centro-occidentale e del Nord America. Vorace filtratore di plancton e capace di creare densissimi popolamenti che si attaccano alle superfici dure, la cozza zebrata, dalla caratteristica conchiglia a strisce, è una specie aliena i cui danni, a carico delle specie native e delle infrastrutture sommerse, sono stati stimati in parecchi miliardi di dollari. Per arginare la diffusione di questo pericoloso invasore, in Nord America sono state realizzate massicce campagne di eradicazione locale e prevenzione, attraverso la promozione di “comportamenti virtuosi”, ovvero un’accurata pulizia della chiglia di barche, canoe, kayak, dell’attrezzatura da pesca, di stivali e di qualsiasi altro oggetto che, immerso in un lago o in un fiume, potrebbe portare con sé larve o individui adulti di Dreissena.

Ma come fare quando il mezzo di trasporto “incriminato” è un’anatra?

Ebbene sì, a quanto pare gli uccelli acquatici sono gli ignari “complici” del processo di invasione. Alcuni ricercatori spagnoli hanno infatti dimostrato che le larve della cozza zebrata riescono ad attaccarsi alle zampe o al piumaggio del germano reale, riuscendo così a passare da uno stagno all’altro.

Esiste un termine per descrivere il trasporto passivo attuato da animali: zoocorìa. Questo meccanismo è spesso associato ai semi delle piante, molti dei quali sfruttano gli animali per la loro naturale dispersione, ad esempio impigliandosi nella pelliccia o nel piumaggio (zoocorìa esterna), oppure transitando nell’apparato digerente (zoocorìa interna), dopo essere stati ingeriti insieme al frutto, per essere poi liberati attraverso le feci.

Recentemente, però, sta diventando sempre più evidente che questo meccanismo viene sfruttato anche da alcuni animali, e in particolare da specie aliene, che riescono così a diffondersi rapidamente in aree sempre più ampie.

Secondo una recente revisione della letteratura, è emerso che la pericolosa Dreissena polymorpha è in grado di sfruttare gli involontari “passaggi” di larve di libellule e gamberi di fiume, e non si esclude il trasporto a opera di tartarughe acquatiche o mammiferi semi-acquatici (ad esempio nutrie o cinghiali).

Pare che anche alcuni crostacei alieni abbiano sfruttato la zoocorìa esterna per ampliare il loro areale di invasione. Come suggerito da alcuni ricercatori spagnoli, la specie americana Artemia franciscana (crostaceo caratteristico delle saline) potrebbe aver “volato” da uno stagno salmastro all’altro grazie alle zampe dei fenicotteri. Un team di ricercatori dell’Università di Pavia ha invece valutato la capacità di adesione alle zampe di anatra e la resistenza al volo della specie balcanica Gammarus roeselii, fornendo così una possibile spiegazione alla sua recente apparizione nel fiume Ticino e in piccoli corsi d’acqua ad esso adiacenti. Anche il famigerato gambero della Louisiana Procambarus clarkii, un pericoloso antagonista dei gamberi nativi europei, ha dimostrato di poter sopravvivere al “trasporto aereo” su zampe d’anatra, perlomeno in condizioni sperimentali.

Ma ancor più interessante e subdolo è il meccanismo della zoocorìa interna, che prevede la inusuale capacità di sopravvivere al passaggio attraverso il tratto intestinale di un animale.

Ci riescono i foraminiferi, organismi unicellulari dotati di guscio calcareo, che spesso crescono sulle alghe di cui si cibano alcuni pesci. In Mediterraneo, individui appartenenti a varie specie di foraminiferi di origine Indo-Pacifica sono stati osservati vivi e vegeti all’interno dello stomaco o nelle feci di pesci, anch’essi nativi della regione Indo-Pacifica ed entrati in Mediterraneo attraverso il passaggio artificiale costituito dal canale di Suez.

Ma anche la cozza zebrata e un altro diffusissimo mollusco bivalve alieno, la specie cinese Corbicula fluminea, riescono incredibilmente a sopravvivere nel tratto digestivo del pesce gatto blu, un buon nuotatore in grado di compiere spostamenti di centinaia di chilometri.

Tutti questi esempi dimostrano che, una volta che l’uomo introduce o apre passaggi per l’ingresso di nuove specie, diventa molto difficile, se non impossibile, riuscire a contenerne la successiva espansione. L’unica azione concreta che ci resta per preservare la biodiversità nativa è fermare i vettori di introduzione primaria.

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