L’espansione delle multinazionali in Africa – in parte incentivato dal fenomeno noto come “pollution haven”, ovvero la libertà di inquinare laddove le aziende straniere operano in contesti con controlli deboli – produce come risultato foreste in calo e gas serra in aumento.
Lo studio “The environmental impact of multinational firms in Africa”, pubblicato su Nature Climate Change e condotto da un team internazionale di ricercatori di cui fa parte Tommaso Sonno, professore al Dipartimento di Scienze Economiche dell’Università di Bologna, analizza l’impatto delle multinazionali sull’ambiente in Africa. Emergono perdita di copertura forestale, riduzione della diversità delle colture e, in parte, aumento delle emissioni di gas serra.
Il problema era noto, ma senza prove
Lo studio affronta una questione finora priva di prove sistematiche: le multinazionali favoriscono lo sviluppo sostenibile trasferendo tecnologie e pratiche più avanzate o, al contrario, spostano le produzioni più inquinanti verso Paesi con regole ambientali più deboli?
Analizzando dati su milioni di imprese e indicatori ambientali su scala continentale, la ricerca mostra che, nel caso africano, prevale nettamente l’impatto negativo.
Il confronto con le imprese locali
Un elemento centrale dello studio è il confronto con le imprese locali. L’impatto ambientale negativo delle multinazionali è significativamente maggiore: sulla copertura forestale risulta tra 60 e oltre 160 volte superiore, anche tenendo conto delle differenze di dimensione tra imprese multinazionali e locali.
«Nel complesso, i risultati mettono in evidenza un equilibrio delicato. Le multinazionali rappresentano un motore di crescita economica, ma senza regole efficaci rischiano di accentuare le pressioni sugli ecosistemi, soprattutto nei contesti più vulnerabili, al punto che i benefici economici di breve periodo sono spesso superati dai costi ambientali» sottolinea Tommaso Sonno.
Un bilancio in perdita per l’Africa
Secondo lo studio, ogni nuova affiliata:
- aumenta il PIL locale di circa lo 0,3% (106 milioni di dollari)
- ma riduce la copertura forestale di circa lo 0,3% (10.200 ettari)
- con perdite di carbonio dal costo economico pari a circa 693 milioni di dollari.
Il meccanismo che spiega questi effetti è legato alle differenze dei sistemi normativi tra i Paesi con regolamentazioni più stringenti e nei contesti con controlli deboli.
Spiega Sonno: «I dati mostrano che l’impatto ambientale delle multinazionali dipende fortemente dal contesto regolatorio. Dove le regole sono solide, anche le multinazionali producono meno danni. Dove sono deboli, le attività più inquinanti tendono a concentrarsi».
Lo studio suggerisce, tra le possibili direttrici di intervento, l’estensione delle responsabilità dei Paesi d’origine delle multinazionali sulle operazioni all’estero.
Se non vuoi perderti i prossimi articoli, iscriviti alla newsletter.
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com




