di Costanza Levera
Il Ligure è storicamente il mare più freddo del Mediterraneo e accoglie quindi molte specie che qui trovano un parziale sollievo all’aumento globale della temperatura delle acque.
La sua ricchezza in biodiversità dipende soprattutto dal fatto che, nel corso del tempo, vi si sono insediate numerose specie provenienti dall’Atlantico, a diverse profondità a seconda che ricercassero temperature più o meno “fresche”: per esempio, alcune specie di corallo che nei fiordi norvegesi vivono a 30 metri dalla superficie, qui si trovano 600 metri sotto la superficie.
Tuttavia, negli ultimi anni il Mar Ligure è stato spesso teatro di episodi climatici estremi, potenzialmente capaci di minacciare la sua fauna e la sua flora.
La grande mareggiata del 2018, in particolare, fu la peggiore tempesta degli ultimi 50 anni, con venti oltre il 150 chilometri orari e onde gigantesche che flagellarono la costa genovese.
In quell’occasione, ha spiegato Giorgio Bavestrello, biologo e professore di zoologia all’Università di Genova, il fattore eccezionale fu l’innalzamento rapido del “livello di marea”, superiore di quasi 1 metro rispetto alla norma.
L’anomalo aumento fu causato da una forte depressione da sud, invece che da ovest, come solitamente accade.
Questo fenomeno, denominato storm surge è, in realtà, tipico degli uragani tropicali: quando la tempesta raggiunge la costa, la circolazione verticale dell’acqua provocata dai venti si scontra con il fondo marino e l’acqua, non potendo più spostarsi verso il basso, si alza verso la superficie e la terraferma.
La conta dei danni
Studiare nell’immediato l’impatto di questo tipo di eventi sugli ecosistemi marini è molto importante nell’ottica di ricavare dati utili per future comparazioni con episodi climatici analoghi.
Nel caso della mareggiata del 2018, a subire i danni più rilevanti furono alcune aree del promontorio di Portofino: sotto alla punta del Faro, a Cala degli Inglesi e lungo un breve tratto di costa a sud-ovest, verso punta Chiappa, formata da grossi scogli che furono completamente spostati.
A destare preoccupazione erano anche le praterie di Posidonia oceanica, pianta con una notevole importanza ecologica sia per la sua capacità di ospitare ricche comunità bentoniche sia per il suo ruolo attivo nella protezione della costa dall’erosione.
I monitoraggi effettuati subito dopo la mareggiata avevano evidenziato che circa il 50% delle praterie di posidonia presenti tra San Michele di Pagana e Punta Pedale era stato gravemente danneggiato.
Ma già l’estate successiva la pianta aveva mostrato segni di ripresa significativi ed era ricresciuta in alcune zone, specie nella baia di Paraggi.
Sebbene la violenza del moto ondoso avesse dato il colpo di grazie ad organismi protetti come Pinna nobilis, comunemente nota come nacchera (il più grande bivalve presente nel Mar Mediterraneo), già indeboliti da fattori biologici come le infezioni batteriche, l’ossigenazione dell’acqua era rimasta al 100% e, dunque, non erano stati registrati ulteriori problemi dal punto di vista biologico.
A ciò occorre aggiungere che i fenomeni climatici estremi sono sì sempre più frequenti, ma sono statisticamente ancora sporadici, troppo pochi per poterne determinare gli effetti sistematici nel tempo sugli organismi viventi.
Il ruolo dell’uomo
In attesa che gli scienziati abbiano dati sufficienti per “pesare” esattamente il ruolo degli eventi climatici estremi nel mutamento delle specie presenti nei nostri mari, è invece provato quello svolto dall’azione antropica.
Una medusa come Velella velella, detta anche barchetta di San Pietro o di San Giovanni, che vive in superficie a massimo 2 centimetri di profondità, negli ultimi anni è proliferata rapidamente nel Mar Ligure a causa della diminuzione dell’inquinamento da idrocarburi, dunque come conseguenza di un’azione virtuosa da parte dell’uomo.
Per contro, l’aumento di altre specie più urticanti sembra una diretta conseguenza della sovrapesca: meno pesce che mangia plancton significa più plancton a disposizione per questi esseri tentacolati.
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