Milano è balzata di nuovo agli onori poco onorevoli della cronaca per l’aria malata. Non se ne parlava da tempo. Invece, secondo un recente monitoraggio dell’azienda svizzera IQAir, il capoluogo lombardo figura tra le dieci metropoli più inquinate del mondo.
Nella città moderna, connessa, internazionale, glamour, ricca e smart si respira male, anzi malissimo. Lì dove tutto è city (book, piano, life…) e week (fashion, digital, art…) e hangar e silos e design manca l’ossigeno. Si sta peggio solo a Teheran in Iran, a Shenyang in Cina e a Kabul in Afghanistan.
Tutta colpa dei giargianesi*, che si ostinano a vivere fuori città e ogni giorno fanno avanti e indietro con le loro automobili volgari e ammorbanti. Il milanese autentico è un ecologista, si muove in bici, porta con sé la borraccia, è sempre in call e chatta in modo compulsivo per non sprecare tempo e chilometri.
A Milano tutto è possibile, tranne che essere poveri. Chi lo è fa il pendolare e consuma la sua vita fra il casello, l’autostrada e il luogo di lavoro, che non vede l’ora di abbandonare per tornare nella verde frescura del paesello. Dove l’atmosfera è ugualmente pessima, ma pur sempre migliore di quella sopra la città.
L’hinterland, che va ben oltre quella che un tempo si chiamava “prima cintura”, oggi è comunque la parte più autentica. Al di là della tangenziale, tra quel gigantesco agglomerato che da Sesto, Segrate, San Donato, Rozzano, Trezzano, Pero e Rho si prolunga per chilometri, si divora senza sosta l’unicità e la fragilità dell’esperienza umana. Attorno a Piazza Duomo e i vari NoLo, SouPra e NaPa invece si organizzano eventi, si progettano startup, ci si imbuca alle feste, si consuma food delivery. Soprattutto si scappa ogni santo weekend. Per respirare un poco di aria buona.
(*) Di origine incerta, probabilmente napoletana, il termine “giargianese” in questa accezione è riferito a una persona che arriva da fuori Milano, all’oscuro di tradizioni, dialetto, usi e costumi. Un forestiero quindi (NdR).
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