La Puna argentina è uno dei deserti più alti del mondo e il suo paesaggio ricorda la Terra prima dell’avvento dell’uomo. In questo altopiano tra le montagne andine si svolge il nostro viaggio a ritroso nel tempo, fino agli albori della vita, per osservare le stromatoliti, gli esseri viventi più antichi sul Pianeta.
La pista, rettilinea fino a perdersi all’orizzonte, è un continuo alternarsi di ghiaia, terra battuta e sabbia. Dagli specchietti vedo schizzare ai lati le pietre schiacciate sotto gli pneumatici dell’infaticabile camioneta blanca 4×4, che mi accompagnerà nel viaggio.
Di questa parte di mondo tanto remota mi parlò un amico al suo rientro da un viaggio in Argentina e Cile. Ricordo il mio silenzio nel far scorrere le sue fotografie di panorami che sembravano appartenere ad altri pianeti. In quegli istanti ero certo che sarei partito per esplorare l’intera regione non appena mi si fosse presentata l’occasione.
L’altopiano andino, posto tra Argentina, Cile e Bolivia a una quota compresa tra 3.500 e 6.000 metri, si trova nel punto più largo della cordigliera delle Ande, che con i suoi 7.200 km da Panama a Capo Horn, è la catena montuosa più lunga al mondo, emersa dagli oceani 100 milioni di anni fa dalla collisione tra la placca di Nazca e quella Continentale.
Quella che andrò a esplorare è la cosiddetta “Puna” argentina, un vasto deserto d’alta quota, quasi del tutto disabitato. Da questo termine deriva l’espressione “apunearse”, utilizzata dai locali per definire sia il mal di montagna che può colpire i viaggiatori, sia il malfunzionamento dei motori delle auto, dovuto alla mancanza d’ossigeno.
Autunno, inverno e primavera (australi) rappresentano le stagioni secche per l’Altiplano, mentre per un breve periodo dell’estate si possono verificare precipitazioni, spesso a carattere nevoso. Per via del singolare paesaggio estivo imbiancato, la stagione più calda della Puna è conosciuta come “invierno altiplanico”, periodo fondamentale per garantire le risorse idriche al resto dell’anno. Le pendenze mediamente lievi e un terreno poco permeabile, fanno sì che l’acqua scorra lentamente sulla superficie. Si formano così i bofedàl, paludi d’altura che trattengono l’acqua sull’altopiano, rendendo possibile la presenza di flora e fauna.

Un branco di lama al pascolo sulla Puna argentina. Il lama è il camelide più grande d’America e vive soprattutto nelle zone montagnose e umide. © Davide Pianezze
Una città semideserta spazzata dal vento
Il mio viaggio parte da Salta (1.400 m), capoluogo dell’omonima regione del Nordovest argentino. Per superare quota 4.000 metri e raggiungere l’altipiano ho dovuto prevedere diverse soste per aprire i bocchettoni delle taniche di combustibile e compensare la variazione di pressione causata dal dislivello, evitando così che esplodessero. Dopo mezza giornata alla guida, giungo in un’ampia pianura. Nei pressi di un piccolo lago salato, appare Tolar Grande, un paesino semiabbandonato dove cerco ospitalità per la notte.
Tra le strade polverose spazzate dal vento, l’unico segno della presenza umana è il borbottio di un grosso generatore a gasolio. Difficile immaginare che qui, negli anni Quaranta, vivessero più di 5.000 abitanti. All’epoca era in costruzione la linea ferroviaria che avrebbe collegato Salta (Argentina) al porto di Antofagasta (Cile), sull’Oceano Pacifico. Erano principalmente famiglie di operai impiegati nel trasporto su rotaia dello zolfo. Negli anni Settanta, con la chiusura delle miniere dovuta a un inspiegabile piano economico imposto dall’allora governo dittatoriale, l’intera zona si spopolò. Oggi a Tolar Grande sono presenti poco più di cento abitanti.
Percorro le strette vie a passo d’uomo, in cerca di qualcuno che possa fornirmi informazioni. Una figura in abiti colorati appare dal portone di un cortile: con il classico accento duro della gente di queste regioni, la signora dalla pelle scura e segnata dal sole mi offre ospitalità. Oltre a indicarmi i due comedores (letteralmente “mangiatoie”) per la cena, mi suggerisce di fare visita l’indomani alla Casa de la cultura, dove la señora Rosa mi darà indicazioni sull’area circostante.
La mattina successiva, prima ancora che il sole sorga da dietro la Cordigliera, la luce che penetra dalle tende è già molto intensa. La finestra della camera guarda verso il nulla; mi avvicino, con la punta del naso tocco il vetro e mi faccio una chiara idea della temperatura esterna. Indossato giubbotto, guanti e cappello di lana, esco e girovago tra i cigolii delle lamiere ghiacciate della vecchia stazione e le case dai tetti collassati. Da Est, dietro le montagne, i primi raggi del sole illuminano la cima di una collina. La raggiungo, in cerca di temperature più miti, mentre il paese inizia ad animarsi. Lungo il ripido sentiero i miei polmoni sembrano trasformarsi in ansimanti mantici, per ricordarmi di essere a quasi 4.000 metri di quota. Assisto dall’alto al rito che ufficializza l’inizio di ogni giornata: gruppi di ragazzini accorrono dalle loro case disponendosi in perfetto ordine militaresco di fronte alla scuola, per un solenne alzabandiera, accompagnato dall’inno argentino trasmesso da due anacronistici megafoni. Terminata la cerimonia, gli studenti entrano in classe, mentre nelle strade compaiono operai e minatori dall’aspetto inquietante. I raggi UV, dannosi per la pelle a queste altitudini, li obbligano a indossare capelli, foulard, passamontagna e guanti, a protezione di ogni parte del corpo; così, il cantiere in costruzione si presenta come un edificio pronto per essere attaccato dai corpi speciali.

Tolar Grande è nato negli anni Quaranta per ospitare gli operai addetti alla costruzione della ferrovia d’alta quota “Treno de las Nubes”, che unisce Salta ad Antofagasta, in Cile. © Davide Pianezze
Le spettrali miniere abbandonate
Accelero e lascio dietro me un grande polverone rossastro attraverso il quale intravedo per l’ultima volta Tolar Grande. Il fondo rossastro diventa improvvisamente bianco e un cartello posto al di sopra del teschio scarnificato di un bovino annuncia l’inizio della strada che attraversa lo sconfinato Salar de Arizaro. Mi dirigo a Ovest, verso il confine con il Cile, per visitare la città abbandonata La Casualidad e Mina Julia. La prima si svela all’improvviso, a 4.180 metri, dopo aver scavalcato l’ennesimo passo. La seconda si trova in prossimità della cima di una montagna dalle sfumature giallastre, a oltre 5.200 metri. Nell’odore di zolfo sollevato dal vento sembra di sentire la fatica dei minatori che lavoravano in condizioni climatiche e ambientali al limite della sopravvivenza. Enormi macchinari arrugginiti appaiono come scheletri di dinosauri pietrificati. Tutt’intorno il paesaggio è sconcertante e gli spazi infiniti. Il susseguirsi di vulcani, geyser, fumarole, colate laviche, laghi salati e montagne policrome dalle forme ruvide si presentano in uno scenario geologicamente incompiuto. La Terra si manifesta in piena evoluzione, viva e attiva come nel suo periodo di massima trasformazione.
- I macchinari arrugginiti della miniera di zolfo di La Casualidad, abbandonata negli anni Settanta. © Davide Pianezze
- Gli impianti appaiono come scheletri di dinosauri pietrificati in un ambiente primordiale che si è rimpossessato dello spazio. © Davide Pianezze
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