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non solo cambiamenti climatici

Profughi ambientali, cresce in Italia il numero di chi scappa

Profughi ambientali, cresce in Italia il numero di chi scappa

Armando Gariboldi Armando Gariboldi 3 Dic 2018

I cambiamenti climatici in atto stanno provocando già da alcuni anni spostamenti di masse di persone, soprattutto in Asia e in Africa. Attualmente si valutano (in maniera probabilmente sottostimata) che ci siano almeno 5 milioni di persone che si sono già spostate (spesso senza sapere bene dove andare) in fuga da fame, siccità, terremoti, eruzioni, incendi e alluvioni. Tale numero crescerà enormemente nei prossimi trent’anni se i Governi non interverranno con una decisa azione globale e un piano di sviluppo a lungo termine per la riduzione dei gas serra nell’atmosfera.

Sulle rotte dei profughi ambientali

È l’allarme lanciato dall’ultimo rapporto della Banca Mondiale secondo cui, entro il 2050, ben 86 milioni di profughi ambientali si sposteranno nell’Africa sub-sahariana, 40 milioni in Asia meridionale e 17 milioni in America Latina, per un totale di 143 milioni di profughi. Il rapporto, il primo stilato dagli esperti della Banca Mondiale che affronta la questione delle migrazioni forzate di popolazioni dovute agli effetti del surriscaldamento climatico, evidenzia come le regioni interessate dal fenomeno ospitino più della metà della popolazione del mondo in via di sviluppo.

Ma non è finita. Secondo il professor Steven Chu – Nobel per la fisica nel 1997 e Segretario dell’energia degli Stati Uniti sotto l’amministrazione Obama dal 2009 al 2013 – nell’arco di un secolo o poco più dovremo prepararci a evacuare almeno 750 milioni di persone (più o meno 1/8 dell’umanità di oggi). Infatti, il professore in una recente intervista rilasciata alla testata Wired dice «Una persona su dieci nel mondo abita a meno di 10 metri di altezzarispetto all’attuale livello del mare: ciò significa che entro un paio di secoli, o anche uno solo a voler essere pessimisti, quelle persone dovranno traslocare da qualche altra parte. Seppur lenta, la potremmo chiamare un’evacuazione globale».

Le migrazioni d’Occidente

In realtà questi spostamenti sono già in atto anche nelle regioni più industrializzate dell’Occidente e senza bisogno di aspettare l’innalzamento del livello dei mari. In modo silenzioso e molto più diffuso, senza spostamenti di massa, ma in maniera ormai costante, decine di migliaia di persone stanno cercando di allontanarsi dalle aree più contaminate o da quelle più soggette a shock ambientali. È il caso, ad esempio, delle aree colpite da ripetuti incendi in California, oppure anche nella moderna Londra, dove un’altra recente indagine di citizen science (British Lung Foundation e Associazione Client Earth, che hanno fondato la rete dei Genitori per l’Aria Pulita), condotta su oltre 2000 alunni delle scuole cittadine, ha evidenziato che i bambini hanno perso fino al 5% della propria capacità polmonare a causa dell’inquinamento. Proprio la qualità dell’aria è diventata un fattore determinante per la scelta della scuola e della residenza di molte famiglie, con un numero sempre maggiore di genitori che si sta trasferendo fuori città.

Anche in Italia c’è chi scappa

E in Italia? Incredibilmente nella pianura Padana, una delle cinque zone più inquinate del mondo e la prima in Europa assieme al bacino della Rhur in Germania, sono ancora pochissimi (per quel che ne sappiamo) coloro che scappano a causa dell’inquinamento. E ciò, nonostante l’inquinamento dell’aria nel nostro Paese provochi almeno 85 mila decessi precoci, soprattutto al Nord (dati OMS), e benché, come spiega Carmela Marino responsabile della divisione ENEA Tecnologie e metodologie per la salvaguardia della salute dell’uomo: «In termini di mesi di vita persi i nostri studi hanno rilevato che l’inquinamento accorcia la vita di ciascun italiano di 10 mesi in media: 14 per chi vive al Nord, 6,6 al Centro e 5,7 al Sud e nelle isole».

Chi sta scappando da una situazione di ripetuti shock ambientali sono, invece, le migliaia di abitanti delle Marche, dell’Umbria, dell’Abruzzo e di altre zone dell’Italia centrale e, in particolare, quelli che vivono (vivevano) all’interno del “cratere sismico” conseguente al terremoto del 2016. In queste aree, peraltro bellissime dal punto di vista storico e paesaggistico, il sisma ha aggravato una tendenza allo spopolamento che era già in atto da molti anni nelle zone appenniniche. Complice la burocrazia e l’inefficienza politico-amministrativa: sono sempre di più le persone che abbandonano borghi e attività per trasferirsi sulla costa, ma anche i possessori di seconde case che non aprono più in estate o durante le varie festività, come accadeva in passato.

Di questi veri e propri profughi ambientali italiani quasi nessuno parla, con ricadute pesantissime e in gran parte ancora da valutare sul futuro di questi luoghi. Che, dopo lo shock del terremoto, non meritavano anche l’inerzia e l’incapacità di uno Stato ancora una volta imbelle e impreparato di fronte a questo tipo di emergenze.

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