Può capitare che un grande predatore si sbagli e scelga la nostra specie come pasto… altre volte, però, non c’è alcun errore: siamo proprio noi quelli che vuole L’idea di essere aggrediti e divorati da un predatore ci fa rabbrividire, ed è una sensazione tutt’altro che nuova per l’uomo. Da quando i nostri lontani antenati africani hanno abbandonato la relativa sicurezza degli alberi per scendere a terra nelle ampie savane dell’Africa Orientale, infatti, sono stati esposti all’incontro con i grandi carnivori, per i quali i primi ominidi erano una preda come un’altra.
Ne sono testimonianza alcuni teschi provenienti dal Sudafrica, su cui sono stati rinvenuti dei caratteristici fori nella zona della calotta cranica. In un primo momento si pensò a ferite prodotte da un’arma primitiva, ma poi il paleontologo sudafricano Robert Brain comparò le lesioni con quelle presenti su alcuni teschi di babbuino. Scoprì, in questo modo, che si trattava in entrambi i casi di fori prodotti dai canini di un leopardo. Si è pertanto dedotto che questi felini, al pari di altri predatori, catturavano i nostri antenati, gli Australopithecus, già più di 2 milioni di anni fa. E continuarono a perseguitarci per moltissimo tempo, finché la cooperazione fra gli ominidi e la creazione di strumenti difensivi – a partire da bastoni, lance e frecce fino alle moderne armi da fuoco – ci hanno messo quasi del tutto al riparo.
Senza l’aiuto dei nostri simili e senza sistemi offensivi, però, gli uomini sono molto vulnerabili: possono essere sorpresi facilmente e sono più lenti e deboli di qualunque grande carnivoro.
Curiosamente, però, nell’Era Moderna molti predatori tendono a evitarci perché, salvo rari casi, noi uomini non siamo più una preda a loro familiare. Inoltre, i grandi carnivori sono sempre più rari e hanno imparato a temere o ignorare l’uomo: quelli che “sgarrano”, infatti, sono regolarmente eliminati.
Gli incidenti, però, accadono anche oggi, soprattutto in Africa Orientale. Qui centinaia di migliaia di persone vivono a stretto contatto con predatori pericolosi come leoni, leopardi e iene poiché, a causa della pressione demografica, i villaggi e i campi sorgono sempre più vicini alle aree naturali dove questi animali vivono ormai confinati. Inoltre, quando la popolazione cresce, l’ambiente subisce profonde modifiche: le prede naturali si riducono e il bestiame prende il loro posto, creando il presupposto ideale per una lunga serie di incidenti.
Nella sola Tanzania, per esempio, si conta che i leoni facciano almeno cento vittime l’anno. A volte si tratta dello sfortunato incontro di notte con un leone affamato, ma in altri casi i felini hanno proprio deciso di concentrarsi su prede umane. Spesso si racconta che i mangiatori di uomini siano individui vecchi e malati, incapaci di catturare le prede naturali, ma i dati raccolti sono discordanti. È la casualità, più di ogni altro aspetto, che porta un animale a predare un uomo; quando però il predatore capisce che noi siamo una preda alquanto facile, perde la sua naturale diffidenza e cominciano i guai. Questo meccanismo spiega certi record di uccisioni da parte di singoli felini, più feroci e determinati dei peggiori serial killer.
Le storie raccontate in queste pagine non sono certo la normalità e non bisogna lasciarsi impressionare. Anzi, considerando il numero astronomico di persone che vivono o si recano nelle zone più selvagge dell’Africa, oppure si immergono in acque frequentate da grandi predatori come gli squali bianchi, ci si dovrebbe aspettare un numero di attacchi altissimo.
Fortunatamente questi animali non hanno una chiara predilezione per la nostra carne e, salvo rare eccezioni, non vedono nell’uomo una preda di riferimento. Certo fa più scalpore la notizia di una persona uccisa da un felino in Africa, delle migliaia che muoiono ogni giorno e negli stessi luoghi a causa di malattie, incidenti stradali o per mano di altri uomini.
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