A metà degli anni Novanta aiutai alcuni comuni italiani a mettere in pratica la raccolta differenziata dei rifiuti. Insieme a sindaci, assessori e funzionari comunali incontrai molti cittadini dubbiosi e confusi, che faticavano a comprendere per quale ragione dovessero dividere con cura i rifiuti che fino ad allora avevano gettato in un unico bidone.
Per convincerli della bontà e soprattutto della necessità di quella azione non bastò spiegare loro che la Terra stava esplodendo di rifiuti e neppure che molti di quegli oggetti che per decenni avevano buttato via indistintamente in realtà potevano essere riciclati e ricevere una nuova vita. La parola d’ordine che convinse anche i più riottosi fu una soltanto: risparmio. I comuni avrebbero trasportato meno tonnellate di rifiuti alla discarica o al forno di incenerimento e dunque avrebbero sostenuto meno costi di smaltimento; inoltre avrebbero potuto vendere carta, vetro, plastica, alluminio e altri materiali sul mercato delle materie seconde ricevendo in cambio un compenso. D’accordo, avrebbero anche dovuto affrontare qualche investimento iniziale per fornire alla popolazione tutti i bidoni necessari e riorganizzare il servizio di raccolta e trasporto, ma alla fine l’operazione era destinata a garantire un duplice risparmio: di risorse che non venivano più sperperate e di denari che non venivano buttati in discarica. Così molti cittadini si convertirono alla raccolta differenziata speranzosi di pagare meno tasse.
In un clima di forte ottimismo, nel 1996 l’allora ministro dell’Ambiente Edo Ronchi annunciò quella che sarebbe dovuta essere un’autentica rivoluzione amministrativa e dei costumi: «I cittadini pagheranno i rifiuti non più in base ai metri quadri della propria abitazione, ma proporzionalmente alla quantità prodotta».
Non soltanto non è andata così, ma oggi l’imposta sui rifiuti figura a pieno titolo fra i più grandi pasticci (imbrogli?) della seconda Repubblica. La vecchia tassa ha mutato nome ad ogni cambio di governo: Tarsu, Tares, Tia 1, Tia 2, adesso Tari (ho elencato le denominazioni in ordine sparso e chiedo scusa per le inevitabili dimenticanze). Un solo denominatore ha accomunato questa selva di sigle: ad ogni variazione il prelievo dalle tasche dei cittadini è aumentato. Lo confermano le tabelle di Federconsumatori: solo negli ultimi quattro anni l’aumento medio è stato del 22%. Tre volte l’inflazione.
Inoltre, secondo i dati di Federambiente, i Comuni che hanno adottato la cosiddetta tariffazione puntuale, cioè che pesano o misurano la quantità di rifiuti non differenziati prodotta da ogni famiglia, sono appena 250 su 8 mila. Il tre per cento.
Perché? Si tratta della solita indolenza italiana che si oppone a qualsiasi tentativo di cambiare? Non solo.
Le amministrazioni comunali non hanno reso trasparenti i costi sostenuti per garantire i servizi di raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti. In tale modo hanno potuto continuare a conteggiare nella vecchia tassa anche spese che nulla hanno a che fare con i rifiuti e i servizi ad essi associati. Insomma, invece di spingerci a separare anche per pagare di meno, hanno usato Tarsu, Tia, Tari o come diavolo volete chiamarla per chiudere bilanci zoppicanti, alzando le aliquote a prescindere da quante bucce d’arancia noi nel frattempo buttavamo nell’apposito bidone. Con tanti saluti a un principio sacrosanto: “chi inquina paga”.
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