Il Piano nazionale di ripristino della natura dell’Italia non sarebbe abbastanza ambizioso per affrontare il degrado degli ecosistemi e contribuire concretamente alla tutela della biodiversità. È la valutazione espressa da undici associazioni ambientaliste dopo la pubblicazione della bozza inviata dal governo italiano alla Commissione europea il 25 settembre 2026 e resa pubblica il 7 ottobre.
A firmare la presa di posizione sono Blue Marine Foundation, CIPRA Italia, CISO, CIRF – Centro Italiano per la Riqualificazione Fluviale, Federazione Nazionale Pro Natura, Forum Nazionale Salviamo il Paesaggio – Difendiamo i territori, Greenpeace, Legambiente, Lipu, Slow Food Italia e WWF Italia.
Secondo le organizzazioni, il documento si basa soprattutto su misure già esistenti, senza definire con sufficiente chiarezza nuove azioni, obiettivi operativi, responsabilità e risorse economiche. Le associazioni criticano inoltre il recepimento solo parziale delle osservazioni presentate durante la consultazione pubblica e segnalano, in particolare, un ridimensionamento delle misure dedicate agli ecosistemi urbani.
Che cos’è il Piano nazionale di ripristino della natura
Il Piano nazionale di ripristino della natura (PNR) è lo strumento con cui ciascuno Stato membro dell’Unione europea deve programmare gli interventi necessari a raggiungere gli obiettivi stabiliti dal Regolamento europeo 2024/1991, noto come Nature Restoration Law, entrato in vigore nell’agosto 2024.
Il regolamento punta a recuperare gli ecosistemi degradati, migliorare la biodiversità e rafforzare la capacità dei territori di affrontare gli effetti del cambiamento climatico. Riguarda ambienti terrestri, agricoli e forestali, fiumi e zone umide, ecosistemi marini e costieri, oltre agli spazi verdi urbani e alle popolazioni di impollinatori. Tra gli obiettivi europei figura il ripristino di almeno il 20% delle aree terrestri e marine dell’Unione entro il 2030, con l’ambizione di intervenire su tutti gli ecosistemi che necessitano di ripristino entro il 2050.
Il Piano non dovrebbe quindi limitarsi a elencare interventi già previsti da altre politiche, ma delineare una strategia complessiva, indicando le misure da realizzare, i tempi, le responsabilità e le risorse necessarie.
La bozza italiana è stata elaborata sotto il coordinamento del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica (MASE) e del Ministero dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, con il supporto tecnico-scientifico di ISPRA e CREA. La consultazione pubblica si è svolta dal 23 aprile al 24 giugno 2026. Secondo quanto riferito dal ministro dell’Ambiente in Parlamento, sono pervenuti complessivamente 1.730 contributi.
Agricoltura, mari e fiumi: le principali criticità segnalate
Una delle contestazioni delle associazioni riguarda il settore agricolo. Secondo la loro analisi, le misure proposte si limitano sostanzialmente a riprendere interventi già previsti nell’attuale Piano strategico nazionale della Politica agricola comune (PAC), peraltro non attuati in tutte le regioni italiane. Le organizzazioni chiedono quindi azioni più incisive per favorire il recupero degli ecosistemi agricoli e l’adattamento ai cambiamenti climatici.
Le critiche investono anche gli ecosistemi marini, per i quali le associazioni denunciano l’assenza di misure sufficientemente chiare e concrete. Nel comunicato segnalano inoltre la mancanza di riferimenti espliciti agli impatti delle attività estrattive e della pesca industriale su larga scala.
Un altro punto riguarda la connettività fluviale, cioè la possibilità per l’acqua, i sedimenti e gli organismi acquatici di muoversi lungo i corsi d’acqua e tra gli ambienti collegati. Le misure previste dall’articolo 9 del Piano sono giudicate insufficienti dalle organizzazioni, che chiedono un maggiore coordinamento tra ripristino ecologico, direttive europee sulle acque e gestione del rischio di alluvioni.
Ripristinare la continuità dei fiumi può contribuire, per esempio, a recuperare gli habitat acquatici, favorire gli spostamenti della fauna e ristabilire le connessioni tra corsi d’acqua e pianure alluvionali. Le associazioni ritengono che il Piano dovrebbe sfruttare meglio le sinergie tra questi obiettivi e le altre politiche di gestione del territorio.
Ecosistemi urbani, le associazioni denunciano un arretramento
Particolarmente contestate sono le misure per le città, disciplinate dall’articolo 8 del regolamento europeo. Secondo le associazioni, rispetto alla bozza di aprile il testo inviato a Bruxelles ridimensiona gli strumenti previsti per tutelare il verde urbano e la copertura arborea, lasciando maggiore discrezionalità ai Comuni. Il regolamento europeo stabilisce che, fino al 2030, non si verifichi una perdita netta nazionale di spazi verdi urbani e di copertura arborea rispetto ai valori di riferimento, con l’obiettivo di incrementare progressivamente queste superfici a partire dal 2031.
Le organizzazioni criticano in particolare l’eliminazione, nella bozza italiana, di alcune misure di salvaguardia e del loro carattere obbligatorio. Contestano inoltre il trasferimento da ISPRA al MASE della competenza per la redazione del rapporto sul consumo di suolo e il passaggio da una cadenza annuale a una periodica. Per le associazioni, questi cambiamenti rischiano di indebolire la tutela della vegetazione nelle aree urbanizzate, dove alberi e spazi verdi contribuiscono a contrastare le isole di calore, migliorare la qualità dell’aria, offrire habitat alla fauna e rendere le città più resilienti agli eventi climatici estremi.
Nel loro comunicato, le undici organizzazioni collegano le modifiche alle richieste avanzate da ANCI, l’associazione dei Comuni italiani, e ANCE, l’associazione nazionale dei costruttori edili. Si tratta di una ricostruzione proposta dalle stesse organizzazioni firmatarie, che considerano il ridimensionamento delle misure urbane uno degli aspetti più problematici della nuova versione.
Il nodo della partecipazione e della trasparenza
Le associazioni criticano anche il modo in cui sono state recepite le osservazioni presentate durante la consultazione pubblica. A loro giudizio, il percorso non ha garantito un coinvolgimento sufficientemente effettivo delle realtà scientifiche, delle organizzazioni ambientaliste e dei soggetti che operano nei territori. «Non basta dichiarare in un comunicato stampa che vi è stato il coinvolgimento dei portatori di interesse per realizzare la partecipazione», affermano. «Servono trasparenza sui criteri adottati, risposte motivate alle proposte e un confronto effettivo con le competenze scientifiche e le realtà territoriali».
Il governo ha riconosciuto che il testo trasmesso alla Commissione europea recepisce soltanto una parte dei contributi raccolti. Nell’intervento del ministro Gilberto Pichetto Fratin al Senato dell’8 ottobre è stato inoltre annunciato che è in fase di completamento un rapporto dettagliato sugli esiti della consultazione, che illustrerà le valutazioni svolte e le decisioni adottate. Il confronto con i portatori di interesse, secondo il ministro, proseguirà anche nelle fasi successive. Per le associazioni, la pubblicazione di un rapporto è un passaggio positivo, ma non sufficiente: chiedono che le proposte avanzate ricevano risposte motivate e che il confronto contribuisca concretamente a migliorare il Piano.
La bozza può ancora essere modificata
La trasmissione del documento alla Commissione europea non coincide con la conclusione del processo. La bozza italiana entra ora nella fase di valutazione europea: la Commissione dispone di sei mesi per esaminarla e formulare osservazioni e raccomandazioni. Il Piano definitivo dovrà essere presentato e pubblicato entro il 1° settembre 2027.
«Il Green Deal non è una follia, il ripristino della natura non è un costo da evitare, ma un investimento indispensabile per la sicurezza dei territori, la qualità della vita e l’unico modo per garantire un futuro a noi e al nostro Pianeta» concludono le organizzazioni. La loro richiesta è che l’Italia utilizzi la fase di valutazione europea per rafforzare il Piano, rendendo più chiari gli obiettivi, più concrete le misure e più adeguate le risorse disponibili. La sfida, ora, è tradurre gli impegni europei in interventi capaci di recuperare gli ecosistemi degradati e migliorare la resilienza dei territori.
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