Quest’anno la FAO celebra l’Anno internazionale dei pascoli e degli allevatori. I pascoli coprono metà delle terre emerse del pianeta e sostengono milioni di pastori e allevatori. Queste comunità custodiscono i terreni attraverso le conoscenze tradizionali e le pratiche sostenibili che proteggono la biodiversità e le risorse naturali. Ma lo spopolamento dei pascoli minaccia l’intera catena del valore pastorale. Il Nepal, per esempio, perde ogni giorno tra le 600 e le 2000 persone tra i 18 e i 39 anni a causa della migrazione verso l’estero, alla ricerca di opportunità.
Investimenti mirati e politiche favorevoli possono salvaguardare le pratiche pastorali, proteggere le risorse naturali e permettere agli agricoltori di costruire sistemi agroalimentari resilienti, inclusivi e sostenibili per tutti.
Grazie a una collaborazione tra il Segretariato della Mountain Partnership (MPS), ospitato presso l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (FAO), e il Kanchenjunga Yak Cheese Processing and Production Facility, i pastori del Nepal hanno accesso ad attrezzature e strutture per la produzione e la lavorazione del formaggio oltre a corsi di formazione su produzione, gestione, commercializzazione e sviluppo della filiera del valore.
Subita Rai ha visto nel suo villaggio un luogo di opportunità
Tra gli esempi di successo di questa iniziativa, la FAO racconta la storia di una giovane allevatrice che ha scelto di costruire un futuro grazie al formaggio di yak.
Nelle Prima ancora che la nebbia si alzi dalle colline del distretto di Panchthar, Subita Rai è già a lavoro. A 28 anni, gestisce assieme al marito una mandria di 20 yak e chauri (ibridi mucca e yak) sugli impervi pascoli alpini del Comune rurale di Phalelung, nel Nepal orientale, percorrendo gli stessi sentieri che prima di lei hanno percorso i suoi genitori, seguendo erba, acqua e le stagioni in alta quota.
Dopo la scuola secondaria, la maggior parte dei suoi coetanei si è trasferita in città, e molti sognano di trasferirsi ancora più lontano. Subita, invece, è tornata tra le montagne. «Mentre i miei amici volevano andare all’estero, io volevo tornare al mio villaggio», racconta.
Dedicandosi all’allevamento degli yak, una professione tradizionalmente svolta dagli uomini, Subita ha sfidato norme sociali radicate da tempo e ha dimostrato che le donne possono assumere ruoli che vanno oltre ciò che la società si aspetta.
Il formaggio e l’opportunità di restare
La decisione do Subita non è stata facile. L’allevamento d’alta quota nel Nepal orientale richiede una forma particolare di resistenza, sia fisica, sia emotiva.
Il cambiamento climatico ha aggiunto nuove pressioni alla vita quotidiana. I ritmi che un tempo rendevano prevedibile l’allevamento ad alta quota sono diventati inaffidabili. «Ogni stagione ha le sue difficoltà, ma soffermarsi troppo sulle difficoltà non aiuta. Mi concentro su ciò che deve essere fatto adesso» racconta Subita
Questo atteggiamento è una caratteristica delle donne che lavorano nell’agricoltura d’alta quota: «Le donne si prendono cura degli animali, della casa e della terra allo stesso tempo. È questo equilibrio che permette alle nostre famiglie di nutrirsi» dice l’allevatrice nepalese.
Ciò che ha cambiato concretamente i presupposti per restare, secondo Subita, è stato il formaggio: : il latte di yak è altamente deperibile, ma con il sostegno finanziario della Cooperazione italiana allo sviluppo, il latte prodotto dalla sua famiglia ora viene trasformato interamente in formaggio artigianale, un prodotto di maggior valore, più facile da trasportare, che si conserva più a lungo e garantisce prezzi più stabili.
Il progetto ha sostenuto gli allevatori e l’intera catena del valore pastorale, estendendo il supporto agli impianti di trasformazione del formaggio di yak e alla formazione sulla commercializzazione. L’ulteriore sostegno fornito dal progetto alla costruzione e ristrutturazione dei centri di lavorazione del formaggio sta direttamente contribuendo a rafforzare i mezzi di sussistenza delle comunità pastorali.
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