Come molti ricorderanno, David Quammen è stato un involontario profeta del Covid-19. Nelle pagine finali di un suo saggio del 2012, pubblicato in Italia nel 2014, intitolato “Spillover. L’evoluzione delle pandemie”, citò infatti gli studi di un infettivologo ed epidemiologo che indicavano i coronavirus tra le entità capaci di scatenare una futura pandemia.
Nel suo ultimo libro, “Il cuore selvaggio della natura”, edito da Adelphi, Quammen riveste i panni del grande reporter, quale in effetti è stato per larga parte della sua vita al servizio del National Geographic. Il volume raccoglie gli straordinari servizi che in vent’anni gli hanno permesso di visitare alcuni dei luoghi più remoti, affascinanti e anche brutali del pianeta.
La lettura è piacevole. Il reporter adotta una scrittura che deve molto al suo amato Faulkner; nelle pagine iniziali cita “Assalonne, Assalonne!” tra i libri che hanno influenzato di più la sua vita, insieme a “L’origine della specie” di Charles Darwin e “The Theory of Island Biogeography” di Edward Osborne Wilson e Robert MacArthur.
Pagina dopo pagina emerge il lato romanzesco della natura, abbagliante e seducente, che fa avvertire a ciascuno di noi il desiderio di trovarsi in una giungla impenetrabile oppure al cospetto di gorilla, elefanti e altre fantastiche creature, testimoni di una precaria biodiversità. Nondimeno compare anche l’altro lato, pauroso e perturbante.
Il libro ci aiuta a capire che siamo davvero tutti su una stessa barca. L’autore suggerisce ai lettori quattro parole chiave: estensione, connessione, diversità, processi. Sono le caratteristiche ecologiche che permettono di misurare la salute degli ecosistemi, compresi quelli che l’autore cerca di farci conoscere. «Metteteli insieme e avrete quel che chiamiamo natura selvaggia», spiega Quammen.
Allo stesso tempo ci restituisce l’indicibile della natura, ovvero quell’ordine che sfugge al nostro controllo e che nessuno può violare impunemente, come insegna l’imperituro mito di Orfeo ed Euridice.
Gli eroi, come Mike Fay, e le eroine, come Jane Goodall, di cui Quammen narra le gesta, basteranno a salvarci? O siamo tragicamente destinati a finire come il figlio della musa Calliope e la primitiva e bellissima ninfa dei boschi?
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