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Ambiente
CAMBIAMENTO CLIMATICO

Sotto le pietre delle Alpi si nascondono i ghiacciai neri

Un lungo studio condotto sulle Alpi italiane rivela che ghiacciai di pietra e ghiacciai neri possono diventare rifugi climatici per piante e piccoli animali d'alta quota minacciati dal riscaldamento globale

Sotto le pietre delle Alpi si nascondono i ghiacciai neri
Rock Glacier in Val d'Ultimo. © Mauro Gobbi / Muse

Redazione Redazione 18 ore fa

Quando si parla di ghiacciai si immaginano grandi distese di ghiaccio bianco che si ritirano anno dopo anno. Esiste però un altro mondo glaciale, molto meno appariscente, che potrebbe rivelarsi fondamentale per la sopravvivenza della biodiversità alpina.

Sulle Alpi, infatti, esistono ambienti dove il ghiaccio è nascosto sotto uno spesso strato di rocce. Sono i ghiacciai di pietra (rock glaciers), enormi lingue di detriti all’interno delle quali il ghiaccio è mescolato alle rocce e al permafrost, e i ghiacciai neri (debris-covered glaciers), veri ghiacciai ricoperti da una coltre di massi e ghiaia che lascia intravedere ben poco del ghiaccio sottostante.

Quello strato di pietre svolge una funzione sorprendente: si comporta come un isolante naturale, rallentando la fusione del ghiaccio e mantenendo il terreno più freddo e umido rispetto alle aree circostanti. In altre parole, crea piccoli microclimi che resistono più a lungo al riscaldamento globale.

Uno studio dell’Università degli Studi di Milano e del MUSE – Museo delle Scienze di Trento, pubblicato sulla rivista Ecography, dimostra ora che questi ambienti possono rappresentare autentici rifugi climatici per una parte della flora e della fauna alpina.

Tredici anni di ricerca sulle Alpi

Per arrivare a questa conclusione i ricercatori hanno lavorato su una scala mai raggiunta prima per questo tipo di studi.

Nell’arco di tredici anni hanno campionato 471 siti distribuiti in 15 aree delle Alpi, analizzando la presenza di 209 specie tra piante vascolari, coleotteri carabidi e ragni. La scelta di questi gruppi non è casuale: sono considerati eccellenti organismi sentinella, perché rispondono rapidamente ai cambiamenti ambientali e permettono di capire come gli ecosistemi montani stiano reagendo all’aumento delle temperature.

Oltre alla temperatura, gli studiosi hanno preso in considerazione numerosi fattori ambientali, come il tipo di suolo, la radiazione solare, il contenuto di sostanza organica e la presenza dei diversi ambienti glaciali. Ne è nato uno dei più completi database mai realizzati sulla biodiversità delle alte quote alpine.

«I risultati mostrano che i ghiacciai di pietra e i ghiacciai neri non sono soltanto forme del paesaggio di interesse geomorfologico o glaciologico, ma sono importanti per la conservazione della biodiversità d’alta quota» spiega Barbara Valle, ricercatrice dell’Università degli Studi di Milano e corresponding author dello studio.

Quattro modi diversi di reagire al clima che cambia

Uno degli aspetti più originali della ricerca è la classificazione delle specie in quattro grandi categorie, in base alla loro risposta all’aumento delle temperature.

Non tutte, infatti, reagiscono allo stesso modo.

ghiacciai di pietra

Risposte delle specie di alta quota ai cambiamenti climatici. Secondo le analisi dello studio, le piante, i ragni e i coleotteri carabidi mostrano risposte spaziali e temporali diverse all’attuale aumento della temperatura globale.
© Gobbi, M., Valle, B., Brambilla, M., Tampucci, D. and Caccianiga, M. (2026), “Global threats, local opportunities: ice-related landforms provide refugia for high-elevation plants and arthropods”. Ecography e08695. https://doi.org/10.1002/ecog.08695

I “winners”: chi trae vantaggio dal riscaldamento

Circa il 41% delle specie studiate rientra nella categoria dei winners, i “vincitori”. Sono organismi che mostrano una preferenza per condizioni leggermente più calde e che, almeno entro i limiti altitudinali analizzati dallo studio, potrebbero espandersi con il riscaldamento del clima.

Tra queste specie figurano soprattutto piante e coleotteri capaci di colonizzare ambienti che, fino a pochi decenni fa, erano troppo freddi. Questo non significa che siano immuni al cambiamento climatico: gli autori ricordano infatti che, alle quote inferiori, potrebbero a loro volta entrare in competizione con specie provenienti da altitudini ancora più basse.

I “neutrals”: gli adattabili

Quasi il 39% delle specie appartiene invece ai neutrals, cioè organismi che non mostrano una particolare sensibilità alle variazioni locali di temperatura.

Tra questi compaiono il ragno lupo Pardosa nigra, il piccolo ragno tessitore Meioneta rurestris e la margherita alpina Leucanthemopsis alpina, specie capaci di vivere sia negli ambienti glaciali sia in altri habitat d’alta quota.

Questa maggiore flessibilità ecologica permette loro di occupare un numero più ampio di ambienti e potrebbe aumentare le probabilità di sopravvivenza in un clima che cambia.

Vedretta d'Amola

Il “ghiacciaio di pietra” Vedretta d’Amola. © Mauro Gobbi / Muse

I “losers”: gli specialisti del freddo

Molto più delicata è la situazione delle specie definite losers, le “perdenti”.

Sono 43 specie, circa un terzo di quelle che mostrano una risposta significativa alla temperatura, accomunate da una caratteristica: vivono soltanto negli ambienti più freddi e non riescono a sfruttare i ghiacciai di pietra e i ghiacciai neri come rifugio.

Per queste specie anche un modesto aumento della temperatura rappresenta un problema, perché le costringe a risalire progressivamente di quota. Ma le montagne hanno un limite: oltre la cima non c’è più spazio. È quello che gli ecologi chiamano summit trap, la “trappola della vetta”.

Tra i losers figurano alcune delle piante simbolo delle Alpi, come Androsace alpina, i cerasti Cerastium carinthiacum e Cerastium pedunculatum, oltre a Noccaea rotundifolia, tutte specie strettamente legate agli ambienti più freddi.

Lo stesso vale per diversi invertebrati endemici, cioè presenti esclusivamente in alcune porzioni delle Alpi. Tra questi ci sono i ragni Coelotes pastor e Mughiphantes variabilis, ma anche coleotteri incapaci di volare, come Carabus concolor, limitato alle Alpi occidentali italiane, e Nebria diaphana, endemico delle Alpi orientali. La loro ridotta capacità di dispersione rende ancora più difficile inseguire il clima ideale spostandosi verso quote maggiori.

Ghiacciaio del Sorapiss

Ghiacciaio del Sorapiss. © Mauro Gobbi / Muse

I “buffered losers”: le specie che trovano rifugio nel ghiaccio sepolto

La categoria forse più interessante individuata dai ricercatori è però quella dei buffered losers, letteralmente le “specie perdenti tamponate”.

Anche questi organismi risentono dell’aumento delle temperature e, in teoria, dovrebbero andare incontro a un progressivo declino. La differenza è che riescono a sfruttare i ghiacciai di pietra e i ghiacciai neri come rifugi climatici, dove le temperature rimangono più basse rispetto ai versanti circostanti.

Lo studio ha individuato nove specie appartenenti a questa categoria, circa il 21% delle specie più sensibili al riscaldamento climatico.

In questi ambienti il ghiaccio nascosto sotto le rocce continua infatti a raffreddare il terreno durante l’estate. Lo strato superficiale di detriti limita l’azione diretta del sole, riduce la fusione del ghiaccio e crea un microclima caratterizzato da temperature più basse e maggiore umidità. È un effetto locale, ma sufficiente a offrire condizioni di vita favorevoli anche a quote dove queste specie, in assenza del ghiaccio sepolto, probabilmente non riuscirebbero più a sopravvivere.

Tra gli esempi più significativi c’è il ranuncolo glaciale (Ranunculus glacialis), una delle piante simbolo delle quote più elevate delle Alpi. Normalmente cresce negli ambienti nivali, dove la neve permane a lungo e il terreno resta freddo per gran parte dell’anno. I ricercatori hanno però documentato la sua presenza a soli 1.895 metri di quota sul ghiacciaio del Belvedere, nel massiccio del Monte Rosa: un’altitudine sorprendentemente bassa per una specie così strettamente legata agli ambienti glaciali. A rendere possibile questa eccezione è proprio il particolare microclima creato dal ghiaccio nascosto sotto i detriti.

Un altro caso emblematico è quello del carabide Nebria germarii simonyi, un piccolo coleottero privo di ali e quindi incapace di disperdersi rapidamente verso nuove aree favorevoli. Endemico delle Alpi orientali, è già scomparso da alcune zone delle Dolomiti dove il ghiaccio sepolto è assente, mentre continua a sopravvivere in altri gruppi montuosi grazie alla presenza di ghiacciai neri e ghiacciai di pietra. Per specie con una mobilità così limitata, questi ambienti possono rappresentare una vera ancora di salvezza.

Secondo gli autori, i buffered losers condividono anche un’altra caratteristica: sono meno dipendenti da suoli profondi e ricchi di sostanza organica rispetto ai losers “puri” e sono invece adattati a vivere su substrati minerali instabili, tipici proprio dei paesaggi glaciali ricoperti di detriti.

Saxifraga bryoides

Saxifraga bryoides sul ghiacciao della Sforzellina (SO). © Mauro Gobbi / Muse

Non tutte le specie reagiscono allo stesso modo

Lo studio evidenzia anche differenze importanti tra i diversi gruppi di organismi.

L’effetto positivo dei rifugi climatici risulta particolarmente evidente per i coleotteri carabidi, mentre non è stato osservato per i ragni. Nessuna delle specie di ragni analizzate rientra infatti nella categoria dei buffered losers.

Secondo i ricercatori, ciò potrebbe dipendere dal fatto che questi predatori sono influenzati non solo dalla temperatura, ma anche dalle relazioni ecologiche con altre specie. Nei rifugi climatici convivono infatti anche ragni appartenenti ai gruppi dei winners e dei neutrals, che potrebbero competere con le specie più sensibili o predarle, limitando così il beneficio offerto dal microclima.

Questo risultato mette in evidenza un aspetto spesso trascurato: prevedere gli effetti del cambiamento climatico non significa considerare soltanto la temperatura, ma anche le interazioni tra gli organismi e le caratteristiche del paesaggio.

«Il modello sviluppato in questa ricerca fornisce criteri utili per identificare i rifugi climatici, la cui presenza era stata fino a oggi solo ipotizzata, su scala locale e globale, offrendo uno strumento indispensabile per indirizzare le misure di protezione prima che il riscaldamento globale cancelli definitivamente un patrimonio naturalistico unico» osserva Marco Caccianiga, docente di Botanica dell’Università degli Studi di Milano e autore della pubblicazione.

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Rifugi preziosi, ma non eterni

I risultati dello studio offrono un messaggio di speranza, ma non autorizzano all’ottimismo.

I ghiacciai di pietra e i ghiacciai neri possono rallentare gli effetti del riscaldamento climatico, non eliminarli. Anche questi ambienti dipendono infatti dalla presenza del permafrost e del ghiaccio sotterraneo e, se l’aumento delle temperature dovesse proseguire ai ritmi attuali, potrebbero perdere progressivamente la loro capacità di funzionare come rifugi climatici.

Per questo gli autori sottolineano la necessità di individuare e mappare questi habitat prima che scompaiano, integrando le informazioni geomorfologiche con quelle ecologiche. Lo studio propone infatti un approccio che potrà essere applicato anche in altre catene montuose del mondo, permettendo di riconoscere i rifugi climatici e di dare priorità alla loro conservazione.

«Il cambiamento climatico in atto richiede l’incremento di studi funzionali a comprendere il destino della biodiversità legata agli ambienti freddi, come quelli d’alta quota e glaciali. L’identificazione e la mappatura delle aree di rifugio per questa biodiversità esclusiva sarà la sfida scientifica che vedrà impegnati ecologi, botanici e zoologi nei prossimi anni» conclude Mauro Gobbi, ecologo e ricercatore del MUSE – Museo delle Scienze di Trento.

Ghiacciaio d'Agola

Ghiacciaio d’Agola. © Mauro Gobbi / Muse

Il messaggio che emerge dalla ricerca è chiaro: la conservazione della biodiversità alpina non dipenderà soltanto dalla riduzione delle emissioni di gas serra, ma anche dalla capacità di riconoscere e proteggere quei piccoli angoli di montagna dove il freddo resiste ancora. Luoghi poco appariscenti, spesso nascosti sotto una distesa di pietre, che potrebbero custodire il futuro di alcune delle specie più rare e specializzate delle Alpi.

 

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