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stai leggendo Spinosauro: 5 metri di coda che riscrivono i libri sui dinosauri
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Scienza
nuova scoperta

Spinosauro: 5 metri di coda che riscrivono i libri sui dinosauri

Spinosauro: 5 metri di coda che riscrivono i libri sui dinosauri
Ricostruzione dell’aspetto di Spinosaurus in vita. Illustrazione: Davide Bonadonna.

Laura Floris Laura Floris 2 Mag 2020

Un nuovo capitolo si è aggiunto all’affascinante storia che riguarda il più grande dinosauro predatore di tutti i tempi, lo Spinosauro, ed è la ricostruzione completa della sua enorme coda. Rimasta sepolta per milioni di anni sotto la sabbia del Sahara, è stata presentata al mondo proprio qualche giorno fa da un team internazionale di paleontologi, tra cui Cristiano Dal Sasso del Museo di Storia Naturale di Milano e Simone Maganuco (affiliato alla associazione APPI e al Museo di Milano).

Da sinistra, Marco Auditore, Cristiano Dal Sasso, Gabriele Bindellini, Simone Maganuco e Ajoub Amane alle prese con la ricostruzione della coda di Spinosauro all’Università di Casablanca. Foto: Gabriele Bindellini.

 

La scoperta, pubblicata in un articolo scientifico su Nature, dimostra quello che i paleontologi avevano supposto da tempo. E cioè che questo animale, vissuto 100 milioni anni fa, aveva una spiccata predilezione per il nuoto. La sua lunga coda pinnata – di cui è stato trovato l’80% delle ossa per una lunghezza di 5 metri – alta e piatta come in certi tritoni, lascia immaginare la potenza di avanzamento nel fluido di questo super predatore. Che da adulto misurava 15 metri, 2 metri in più del Tyrannosaurus rex.
“Lavorando ai modelli tridimensionali ci siamo subito accorti che questa coda a nastro era un potente organo di propulsione, perfetto per cacciare nei grandi fiumi del Cretaceo”, spiega Simone Maganuco.
«Nessuno si aspettava una coda di questa forma; ora si dovranno riscrivere tutti i libri sui dinosauri – precisa Cristiano Dal Sasso –. Infatti, fino ad ora, non avendone mai trovata una, la coda dello Spinosauro è sempre stata ricostruita come quella di tutti gli altri dinosauri”.

Quest’ultima raccolta di ossa, straordinariamente ricca, permette inoltre di affermare che Spinosauro è il dinosauro predatore più completo di tutta l’Africa continentale.

 

Il deserto di Kem Kem (Marocco sud -orientale) dal sito di scavo dello Spinosauro. Foto: Diego Mattarelli.

40 vertebre e un nuovo identikit

Le ossa della coda sono state estratte durante una serie di campagne di scavo eseguite tra il 2015 e il 2019 nel deserto del Sahara marocchino sudorientale.
I paleontologi hanno lavorato nelle stesse alture che tra il 2008 e il 2014 avevano restituito altri importanti tasselli per la ricostruzione di Spinosaurus aegyptiacus e che avevano portato alla pubblicazione della scoperta sulla rivista Science.
Si tratta dei “letti del Kem Kem”, pendii desertici e rocciosi appartenenti a un antico sistema fluviale che si estendeva dal Marocco all’Egitto. Le ossa della coda erano lì, a pochissima distanza dal punto in cui i paleontologi avevano estratto i precedenti reperti, nello stesso strato di roccia e fanno dunque parte dello stesso animale. Si tratta di quasi 40 vertebre e altre ossa della coda che hanno consentito di tracciare un identikit più completo di questo dinosauro predatore, che aveva fauci da coccodrillo, una grande vela sul dorso e, soprattutto, una possente coda appiattita.
Che si tratti dello stesso esemplare lo conferma anche l’analisi paleoistologica, condotta alla Yale University da Matteo Fabbri, in seguito alla quale si è potuto stabilire che si trattava un individuo subadulto.

In alto, la ricostruzione della coda di Spinosauro (in bianco, le poche ossa mancanti). Al centro, vertebre e relative sezioni, con aggiunta della muscolatura, in tre punti della coda. In basso, il nuovo e insospettato aspetto dello spinosauro. Disegni: Marco Auditore. Foto: Gabriele Bindellini.

Un nuoto ondulatorio

Poco deformate dalla fossilizzazione, le ossa hanno permesso di giungere alla conclusione che la coda avesse articolazioni molto snodate e una flessibilità laterale elevata. Alla base erano presenti grandi fasci muscolari, mentre lunghe spine sulle vertebre la rendevano alta e piatta, adatta a spostare l’acqua come una pagaia. Lo Spinosauro aveva, dunque, un nuoto ondulatorio e la grande coda era il suo motore.
Questo dimostra definitivamente che mentre alcuni dinosauri riuscirono a spiccare il volo, dando origine agli uccelli, altri si adattarono invece alla vita acquatica, appropriandosi di nuovi habitat. Non solo: dimostra che non tutti i dinosauri privi di penne furono confinati agli ecosistemi di terraferma, come invece si era creduto sino ad ora.

In alto, Spinosauro e la sua coda nastriforme. Sopra, test sulla efficienza propulsiva di una sagoma in plastica della coda di Spinosauro, immersa in un flusso d’acqua e confrontata con altri tipi di code (a destra). Modello digitale: Davide Bonadonna. Foto e grafica: Stephanie Pierce. Disegni: Marco Auditore.

Nel tunnel dell’acqua

Gli esperti di biomeccanica dell’Università di Harvard hanno realizzato diversi prototipi di code per cercare di capire la forza propulsiva di Spinosauro.
Immerse nel tunnel dell’acqua, come in una galleria del vento, le sagome – di uguale lunghezza, ma di forme differenti – hanno rivelato che la coda di Spinosauro era più performante di quella di altri dinosauri predatori terrestri e molto più vicina nelle prestazioni a quelle dei coccodrilli. Spinosauro nuotava bene anche controcorrente e la grande vela dorsale lo stabilizzava, impedendogli di inclinarsi su un lato.
Le zampe avevano un ruolo secondario, potevano aiutare nel nuoto, ma non erano essenziali. Un aspetto non del tutto compreso fino a questa determinante scoperta della coda.
La ricostruzione dell’aspetto di Spinosauro, realizzata in digitale da Davide Bonadonna, ha permesso di capire le abitudini di vita di questo animale, il cui peso doveva essere di 3,5 tonnellate per 10 metri di lunghezza.
Il suo baricentro, avanzato rispetto ai piedi e al bacino, fa supporre che sulla terraferma avanzasse piuttosto goffamente sulle quattro zampe, a riprova che era una creatura spiccatamente acquatica.

Nuovi scenari dell’evoluzione

Gli spinosauridi appartengono ai Tetanuri, lo stesso ceppo che ha dato vita agli uccelli. La cosa curiosa è che i Tetanuri sono caratterizzati da code lunghe e rigide… Per i paleontologi Spinosauro rappresenta, dunque, un “esperimento evolutivo” unico, senza eguali nel regno animale. «Da 220 milioni di anni a questa parte, nella lunga storia dei dinosauri non ne è mai comparso nessun altro con una coda così. Questa scoperta – spiegano – amplia incredibilmente le conoscenze attuali sulla paleobiologia dei dinosauri e apre orizzonti eccitanti e inaspettati».

Gli spinosauridi furono presenti su tutto il Pianeta per più di 30 milioni di anni e da oggi dovranno essere reinterpretati alla luce di Spinosauro. C’è da aspettarsi che invasero gli habitat acquatici di molte aree, diventandone i dominatori.

Le ossa di Spinosauro sono conservate all’Università di Casablanca.
Un modello in grandezza naturale sarà presto esposto in Baviera al Centro Esposizioni Lokschuppen di Rosenheim, uno degli enti sostenitori delle ricerche. La riproduzione in carne e ossa è italiana ed è il risultato di una collaborazione tra Prehistoric Minds e Di.Ma. Dino Makers.

 

Il team che ha scavato la coda dello spinosauro (settembre 2018). Da sinistra a destra, procedendo dall’alto: Simone Maganuco, Ayoub Amane, M’Barek Fouadassi, Nizar Ibrahim, Samir Zouhri, Cristiano Dal Sasso, Gabriele Bindellini, Marco Auditore, Matteo Fabbri, Diego Mattarelli, Hamid Azroal, Mhamed Azroal. Foto: Gabriele Bindellini.

Il gruppo di ricerca

Il gruppo di scavo e di studio è stato coordinato da Nizar Ibrahim (Università di Detroit Mercy). Oltre a Cristiano Dal Sasso e Simone Maganuco, ne hanno fatto parte altri 14 ricercatori tra cui gli italiani Matteo Fabbri, Marco Auditore, Gabriele Bindellini, Diego Mattarelli e Davide Bonadonna.
Altri autori della ricerca sono David Martill (University of Portsmouth, UK), Samir Zouhri e Ayoub Amane (Université de Casablanca, Maroc co), David Unwin (University of Leicester, UK), Jasmina Wiemann (Yale University, USA), Juliana Jakubczak (University of Detroit Mercy, USA), Ulrich Joger (Staatliches Naturhistorisches Museum, Braunschweig, Germania), George Lauder e Stephanie Pierce (Harvard University, USA).
A sostenere le campagne di scavo, la National Geographic Society con il supporto di varie università e del Museo di Storia Naturale di Milano.

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riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com
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