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Scienza
nuovo studio

Lo squalo senese che spiega l’evoluzione climatica del Mediterraneo

Lo squalo senese che spiega l’evoluzione climatica del Mediterraneo

Redazione RN Redazione RN 13 Apr 2018

I resti di uno squalo rinvenuti sulle colline senesi forniscono nuovi indizi sull’evoluzione climatica del Mediterraneo.

L’eccezionale scoperta è stata fatta da un’equipe di geologi e paleontologi che sulle dolci pendici collinari di Castelnuovo Berardenga (SI) ha riportato alla luce alcuni resti fossili di un Lamna nasus, meglio noto come squalo smeriglio o vitello di mare. Si tratta di una scoperta di grande portata, dal momento che ritrovamenti di questa specie non erano mai stati fatti sul territorio italiano e nell’intera regione mediterranea.

«Lo smeriglio è un predatore veloce e vorace strettamente imparentato con il più famoso squalo bianco – ha spiegato Alberto Collarete, ricercatore dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Pisa, ateneo che assieme al Gruppo AVIS Mineralogia Paleontologia Scandicci (GAMPS) ha condotto le ricerche –. Si tratta oggi di una specie molto rara nelle acque del Mar Mediterraneo e come fossile è principalmente noto da pochi reperti rinvenuti in Belgio e nei Paesi Bassi».

 

Mari tropicali sulle coste della Toscana

Cosa significa questa scoperta? Secondo i ricercatori, i fossili dello squalo fornirebbero nuovi, importanti indizi sull’evoluzione climatica del Mare Nostrum.

«Durante il Pliocene, buona parte del territorio toscano era sommerso da un mare popolato da una grande varietà di organismi – spiegano Simone Casati e Andrea Di Cencio del GAMPS –. Le centinaia di denti fossili di squali “esotici” che sono stati rinvenuti negli anni a Castelnuovo Berardenga indicano che l’attuale campagna senese era un ambiente di mare profondo, il cui fondale era caratterizzato da acque fredde come quelle degli strati più profondi degli attuali oceani».

Secondo gli autori dello studio, il fossile ritrovato nel senese sarebbe risalente al tardo Pliocene (circa 5,3 a circa 2,6 milioni di anni fa) e potrebbe testimoniare una delle prime fasi di raffreddamento del Mediterraneo, bacino che solo poche centinaia di migliaia di anni prima era popolato da molte specie tropicali simili a quelle che oggi abitano le acque Indo-Pacifiche.

Circa 3 milioni di anni fa, infatti, una glaciazione avrebbe mutato sensibilmente le condizioni del mare, portando sia alla scomparsa di specie tropicali che all’arrivo di altre tipiche di ambienti temperati e freddi come lo smeriglio, giunto nel Mediterraneo attraverso lo stretto di Gibilterra.

 

Rotte invertite

La ricerca, che è stata pubblicata sulla rivista scientifica internazionale Neues Jahrbuch für Geologie und Paläontologie mostra anche un altro risvolto interessante: oggi le rotte si sono invertite e, dai mari caldi sempre più specie arrivano nel Mediterraneo. «Il riscaldamento globale e la pressione antropica stanno contribuendo a invertire nuovamente la rotta – conclude Alberto Collareta –. Pesci tropicali provenienti dall’Oceano Indiano sono sempre più frequentemente pescati nel Mar Mediterraneo, mentre molte popolazioni caratteristiche di questo bacino sono in forte sofferenza».

Sono ancora tante, dunque, le prospettive di ricerca aperte, con le colline toscane che si riconfermano un eccezionale scrigno naturalistico per chi cerca di fare chiarezza sulla storia biologica del Mar Mediterraneo.

© riproduzione riservata
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com

 

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  • fossili
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