Le drammatiche conseguenze della recente alluvione in Germania e Nord Europa hanno ancora una volta evidenziato l’urgenza di affrontare la minaccia rappresentata dai cambiamenti climatici. Se il tema “dell’adattamento” è stato appena sfiorato (scarsa manutenzione dell’alveo dei fiumi, mancata pianificazione territoriale nella gestione del rischio di alluvioni, non applicazione della “Direttiva Alluvioni” Ue del 2007, ecc.), si sono moltiplicati gli appelli “a fare presto”. Sì, ma cosa?
Per ridurre le emissioni di CO2, la Commissione Europea ha presentato proprio in questi giorni un pacchetto (FIT FOR 55) di misure ambientali incredibilmente complesso, tra le quali spicca quella relativa alle automobili, rilevante per costi sociali e rischi economici. Dal 2035 in poi non potranno più essere venduti veicoli alimentati a benzina o diesel, ma solo quelli elettrici che non emettono CO2. Sembrerebbe che la salvezza del Pianeta dipenda da quanto velocemente corriamo in concessionaria a cambiare l’auto.
Un fabbisogno di energia da soddisfare
Ma il tema, è come sempre, un po’ più complesso. Negli stessi giorni in cui la Commissione UE presentava i suoi provvedimenti, in Germania l’Associazione tedesca delle industrie dell’energia e dell’acqua (BDEW) ha pubblicato le sue stime sul fabbisogno energetico del Paese.
Per raggiungere i suoi obiettivi di protezione del clima del 2030 con un numero crescente di veicoli elettrici, pompe di calore e sviluppo dell’idrogeno, la domanda di elettricità in Germania aumenterà a circa 700 miliardi di chilowattora (kWh) all’anno entro la fine del decennio.
La direttrice del BDEW Kerstin Andreae ha commentato: «Per sostituire i combustibili fossili, in futuro ci sarà una domanda significativamente maggiore di elettricità verde nei settori del trasporto, del riscaldamento e dell’industria. La crescente digitalizzazione aumenterà anche il consumo di elettricità per questi dispositivi». La Germania dovrà, quindi, espandere le fonti di energia rinnovabile a un ritmo molto superiore all’attuale: c’è bisogno di un boom del fotovoltaico senza precedenti e di rimuovere gli ostacoli all’espansione dell’energia eolica.
Se, invece, la domanda globale di energia elettrica cresce più velocemente di quanto non faccia la capacità di produrre energia rinnovabile – come sta succedendo ora – si continueranno a bruciare ancora più combustibili fossili per produrre elettricità. È quanto avverte l’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) nel suo rapporto Electricity Market Report del primo semestre 2021.

Quasi la metà dell’aumento di energia elettrica richiesta dovrà essere soddisfatta bruciando combustibili fossili, in particolare il carbone, che potrebbe spingere le emissioni di anidride carbonica dal settore a livelli record nel 2022, ha sottolineato l’agenzia, aggiungendo che si aspetta una domanda particolarmente forte nella regione Asia-Pacifico, soprattutto Cina e India.
Come conseguenza, le emissioni di CO2 derivanti dalla combustione del carbone e del gas dovrebbero aumentare del 3,5% nel 2021 e del 2,5% nel 2022.

Lo sviluppo delle energie rinnovabili dovrà quindi espandersi più rapidamente se l’energia pulita vuole tenere il passo con la domanda globale di elettricità.
Energia idroelettrica, eolica e solare fotovoltaica sono previste crescita dell’8% nel 2021 e del 6% nel 2022. A queste si aggiunge il nucleare – che alcune scuole di pensiero inseriscono tra l’energia virtualmente senza emissioni – che aumenterà rispettivamente dell’1% e del 2%.
«Ma nonostante questa forte crescita, le energie rinnovabili saranno in grado di soddisfare solo circa la metà del previsto aumento della domanda globale di elettricità in quei due anni» ha concluso l’IEA.
L’assalto ai pozzi di CO2

Nel frattempo bisogna fare di più (o almeno qualcosa) per salvaguardare i pozzi di CO2 del Pianeta. Cosa sono? Si tratta delle foreste tropicali che assorbono e sottraggono CO2 dall’atmosfera e che finora hanno rappresentato il polmone verde del nostro Pianeta. Ora, però, il processo si è invertito e le foreste hanno iniziato a rilasciare nell’atmosfera CO2, contribuendo al riscaldamento globale.
In Brasile la foresta amazzonica viene bruciata per creare più spazio alla monocoltura intensiva della soia per i colossi agroalimentari multinazionali.
La corsa a nuovi terreni agricoli per coltivare soia dipende dalla crescente domanda di mangimi animali e all’inarrestabile incremento su scala mondiale dell’allevamento intensivo. Secondo la FAO, nel 2018 la produzione mondiale di soia ha toccato i 350 milioni di tonnellate. Una produzione che ha impegnato circa 120 milioni di ettari di terra.
Un altro 12-13% di terreno è sottratto alla foresta per la produzione di biocarburanti. È lo scandalo del biocarburante “insostenibile”, quello cioè prodotto da coltivazioni agricole dedicate – che sottraggono terra all’ambiente e all’alimentazione – che è tutt’altra cosa rispetto al biocarburante verde, sostenibile ed etico, che viene prodotto valorizzando gli scarti agricoli e dell’industria agroalimentare. Ma al consumatore che acquista carburante alla pompa non è dato modo di fare una scelta consapevole.
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