Nell’UE entro il 2025 ci si dovrà dotare di un sistema per il riciclo dei rifiuti tessili che, per essere efficace, dovrà coinvolgere tutta la filiera. Una sfida per il settore tessile che, da modello lineare, dovrà divenire circolare.
Il settore tessile vanta una notevole centralità economica, ma anche una condanna per l’insostenibilità ambientale, sociale ed economica. Caratterizzato da un modello di produzione lineare, “prendi-produci-smaltisci”, è dipendente da fonti non rinnovabili e produce moli di rifiuti. In Europa ogni anno si gettano 11 kg di tessuto pro capite e nel mondo circa 92 milioni di tonnellate. È un modello, inoltre, che spreca molte risorse: smaltire i rifiuti e dipendere da materie prime vergini ha elevati costi e secondo la Ellen MacArthur Foundation il 25% degli indumenti rimane addirittura invenduto.
Pensare circolare è la direzione che il settore tessile dovrà intraprendere per ridurre rifiuti e inquinamento, allungare la vita dei prodotti e rigenerare il sistema naturale. Un cambiamento che necessita azioni sistemiche da implementare su più fronti, quello produttivo e quello del consumo.
La produzione tessile sostenibile richiede
- Innovazione progettuale: pensare al prodotto assumendo un approccio al ciclo di vita, considerando da subito la fase dello smaltimento;
- Garanzia di qualità e durabilità del prodotto, andando in controtendenza alla fast fashion. Un prodotto non di qualità rischia anche di non essere riciclabile;
- Cambiamenti nei tempi di produzione, riducendo la frequenza di uscita di nuovi articoli sul mercato;
- Uso di materiali riciclati e risorse rinnovabili, in cui si riesca a creare una domanda di materiali riciclati.
Tutto questo però non basterebbe a creare un modello circolare di successo. Poiché il 60% della produzione tessile è destinata al vestiario, sarebbe un errore non coinvolgere i consumatori nel processo di cambiamento. Negli ultimi anni si è infatti assistito a un aumento della produzione e dell’acquisto di abiti e ad una drastica riduzione del loro tasso di utilizzo: compriamo di più e utilizziamo di meno, fenomeno cosiddetto “fast fashion”.
Oltre a concentrarsi sul rendere la produzione più sostenibile, bisogna ripensare al modo con cui avviene il consumo. “Fare shopping” risponde a diverse necessità, ormai raramente si acquista perché manca qualcosa, più spesso si fa per soddisfare altri bisogni, come quello di avere capi sempre nuovi, seguire le tendenze e sentirsi parte di un gruppo. Capire questi meccanismi è essenziale per poter offrire ai consumatori modi alternativi di acquisto in grado di soddisfare comunque le loro necessità, ma in modo sostenibile e circolare. Alcuni modelli si stanno già diffondendo, come il second hand; la condivisione e l’affitto di abiti e la vendita di abbigliamento attraverso app.
Riferimenti
Ellen MacArthur Foundation, “A new textiles economy: Redesigning fashion’s future”, (2017, www.ellenmacarthurfoundation.org/publications).
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