Il bosco di faggio è assai ombreggiato e fresco, in Italia è presente dai 500 ai 2000 metri di quota, sulle Alpi come sugli Appennini, dove costituisce il limite della vegetazione.
I faggi (Fagus sylvatica) hanno grandi tronchi colonnari con la corteccia grigio chiara, regolare e uniforme, le cui chiome estese e ramificate formano una fitta coltre di fogliame di un bel verde acceso.
Oggi i maggiori complessi forestali italiani sono protetti, anche se una parte di questi viene sfruttata per la produzione del legno.
È questo il principale prodotto del faggio. Di color bianco-rossiccio, piuttosto duro e compatto, ha impiego in costruzioni, carpenteria, edilizia, costruzione di mobili, strumenti musicali ed è un perfetto combustibile. Molti degli utensili impiegati in cucina sono in faggio, così come le traversine delle rotaie lungo le linee ferroviarie. Non stupisce quindi se in passato queste qualità hanno portato al taglio di vasti tratti di foresta.
Il bosco di faggio
La volta della foresta
La chioma delle foreste di faggio è un manto verde continuo che si interrompe solo in occasione di piccole radure o degli alberi caduti.
La corteccia
Lisce e chiare, le cortecce dei faggi non sono un buon rifugio per gli abitanti della foresta, che quindi tendono a nascondersi tra le fronde. Qui risiedono molte specie di uccelli e diversi insetti, il cui ciclo vitale è legato a quello dell’albero.
Le radici
L’apparato radicale è molto sviluppato e mediamente profondo. Predilige suoli non troppo asciutti nè bagnati e ben drenati.
Il sottobosco
L’ombra che avvolge il suolo della foresta consente la sopravvivenza di poche specie erbacee. Il terreno fresco è rivestito da un manto esteso di foglie e tronchi caduti, rifugio di invertebrati, anfibi e micromammiferi.
Il ciclo della foresta
Il faggio è una latifoglia a foglie caduche. In autunno le grandi foreste costituite da questo albero si spogliano e le foglie, cadute tutte al suolo, creano uno sconfinato e soffice tappeto, che isola dai rigori dell’inverno molte specie animali che qui svernano.
La vita nel bosco di faggio ricomincia ad aprile quando, con lo scioglimento delle nevi, i faggi buttano teneri germogli che in poche settimane si sviluppano nelle caratteristiche foglie con lamina ovato-ellittica a margine intero e leggermente ondulato. Subito dopo all’estremità dei rami appaiono piccoli fiori bianchi, inferiori al centimetro di diametro.
I faggi hanno fiori unisessuali, quelli maschili racchiusi in amenti (piccoli gruppi) e penduli, quelli femminili solitari o a due, chiusi in una capsula spinosa non pungente. In tarda estate i fiori fecondati si trasformano in frutti, le faggiole, racchiuse a coppia all’interno di un involucro globoso che a maturità si apre.
Le faggiole costituiscono la fonte di sostentamento di una grande quantità di animali, primi fra tutti il ghiro e il cinghiale. Non a caso, la parola faggio deriverebbe dal greco faghein, mangiare.
Anche l’uomo in passato ne ha beneficato ricavandone olio alimentare e, in tempi di carestia, farina con cui produrre pane. Periodicamente, ogni 5-10 anni, si verifica una produzione particolarmente abbondante di faggiole. I semi custoditi all’interno danno vita a piantine vigorose, ben tolleranti dall’ombra.
Con l’arrivo dei primi freddi, alla fine di settembre, il manto della foresta comincia a tingersi di giallo. Il mutamento di colore inizia ad apparire alle quote e alle latitudini più elevate per poi coinvolgere tutta la faggeta.
A ottobre inoltrato la foresta è un caleidoscopio di colori con piante gialle, verde tenue e, a volte, rosso arancione, che fanno la felicità degli amanti del fall foliage, il cambiamento di colore autunnale assunto dalle foglie e la loro caduta al suolo, attorno al quale è nata negli Stati Uniti una vera e propria forma di escursionismo, ormai diffuso anche in Italia. È quindi l’autunno il momento più suggestivo per visitare queste foreste incantate, prima che il paesaggio assuma la severa veste invernale, fatta di tronchi grigi e rami spogli, in attesa della neve.
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