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Ambiente
lotta all'inquinamento

Ocean Cleanup, così i mari saranno ripuliti dalla plastica

Ocean Cleanup, così i mari saranno ripuliti dalla plastica

Ylenia Vimercati Ylenia Vimercati 31 Ott 2018

Si chiama The Ocean Cleanup la compagnia olandese con sede centrale a Rotterdam che ha lanciato una nuova tecnologia per liberare gli oceani dalla plastica. Fondata nel 2013 a soli 18 anni da Boyan Slat, la Ocean Cleanup oggi conta ben più di 80 tra ricercatori, ingegneri e informatici impegnati nell’ambiziosa sfida di ripulire la superficie degli oceani dai rifiuti plastici che circolano e si accumulano causando pesanti ripercussioni sull’ecosistema. Grazie all’utilizzo di un vero e proprio galleggiante lungo 600 metri e, alle forze della natura che quotidianamente agiscono sugli oceani, la compagnia si è posta un obiettivo ben preciso: a partire dall’anno corrente concentrare e prelevare il 50% della plastica che galleggia a nord del Pacifico ogni 5 anni.

 

Isole di plastica

Sono 5 le isole di plastica che al momento galleggiano sugli oceani: 2 nell’Oceano Pacifico, 2 nell’Atlantico e una nell’Oceano Indiano. La più estesa è la cosiddetta Great Pacific Garbage Patch (GPGP), o isola di plastica del Pacifico, che si estende nell’emisfero settentrionale a metà tra Asia e America.

Secondo i dati forniti da uno studio del 2017 di Laurent Lebreton, ricercatore presso la Ocean Cleanup, circa 2,41 milioni di tonnellate di plastica vengono introdotte nei nostri oceani attraverso i fiumi ogni anno. I 20 fiumi più inquinanti sono localizzati in Asia e sono responsabili del 67% del totale di tali sversamenti. In accordo con la GESAMP (Joint Group of Experts on the Scientific Aspects of Marine Environmental Protection), le principali fonti di plastica sarebbero terrestri, invece che legate ad attività in mare, e la quantità immessa dai fiumi sarebbe direttamente correlata alla densità di popolazione umana, al livello di urbanizzazione e industrializzazione delle aree prese in analisi.

Al momento gli sforzi della Ocean Cleanup sono concentrati sulla Great Pacific Garbage Patch che possiede un’estensione di ben 1.6 milioni di chilometri quadrati. Con le sue circa 80.000 tonnellate di plastica galleggiante persistente, i ricercatori hanno calcolato che quest’isola possiede una concentrazione di rifiuti plastici di centinaia di chili per chilometro quadrato in corrispondenza della sua zona più interna. La forma ed esatta posizione sono in continuo cambiamento per via delle variazioni stagionali di correnti marine e venti, ma grazie a simulazioni digitali, i ricercatori sono stati in grado di seguire gli spostamenti dell’isola durante l’anno.

Il team di scienziati ha dimostrato che i rifiuti plastici sarebbero costituiti perlopiù da oggetti di dimensioni significative il che costituisce un punto a nostro favore: eliminando i rifiuti più grandi evitiamo che questi si frammentino in parti più piccole trasformandosi in dannose microplastiche.

 

La tecnologia del galleggiante

Il sistema studiato dal giovane olandese Boyan Slat consiste in un galleggiante cilindrico lungo 600 metri disposto a ferro di cavallo con annesso un nastro filtrante che corre su tutta la lunghezza del tubo fino ad una profondità di 3 metri. Lungo il galleggiante sono presenti: piattaforme per il monitoraggio delle condizioni meteorologiche, stazioni con videocamere ad alta definizione e stazioni fornite di localizzatori GPS. Sul sito della compagnia è possibile guardare ricostruzioni digitali 3D in movimento e video esplicativi che forniscono un’immagine più chiara sul metodo di raccolta dei rifiuti.

Il progetto Pacific Cleanup, attivo a partire dall’8 settembre di quest’anno, opera su 4 step: cattura, accumulo, estrazione e messa a terra. Il galleggiante cilindrico svolge un ruolo fondamentale nell’impedire che la plastica lo oltrepassi. Vento e onde permettono al cilindro di muoversi lungo la superficie dell’acqua ad una velocità maggiore rispetto alla plastica, mossa invece dalle correnti, in modo da spostarla più rapidamente e accumularla grazie al nastro di filtraggio.  La forma a U consente di intrappolare la plastica al centro della struttura per poi estrarla attraverso l’utilizzo di navi apposite atte a eliminare i rifiuti mensilmente. Una volta portata a terra la plastica verrà poi smistata per poter essere riciclata.

Progetti per il futuro

La Ocean Cleanup afferma che: «La protezione dell’ambiente naturale costituisce il cuore di ciò che stiamo facendo». La plastica, spiega la compagnia, ha noti effetti devastanti sulla salute della fauna marina e dell’uomo. Possiede infatti sostanze tossiche persistenti che entrano nella catena alimentare ed è responsabile della morte di animali che ingeriscono o restano impigliati in materiali plastici. La rimozione della plastica porterebbe ad un miglioramento della salute dell’ecosistema e della nostra specie, nonché dell’economia, colpita dai danni finanziari che i rifiuti arrecano alla fauna marina, alla pesca e al business legato agli oceani.

Il Pacific Cleanup è solo l’inizio del piano avviato dalla compagnia. Tra gli obiettivi futuri stabiliti vi è il cosiddetto Global Scale-Up che verrà avviato a partire dal 2020 e che vedrà espandere il progetto Pacific Cleanup al resto delle 4 isole di plastica.  Da dove arriveranno gli introiti per finanziare un progetto di simile portata? «Certamente riciclare e rivendere i materiali plastici provenienti dall’isola di plastica del Pacifico contribuirà a espandere i nostri sforzi», spiega la Ocean Cleanup e, di conseguenza a portare la sua tecnologia nel resto degli oceani.

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