L’Orso marsicano (Ursus arctos marsicanus) – sottospecie dell’orso bruno europeo da cui si è distinta dopo molti anni di isolamento fisico – è da sempre un animale simbolo dell’Appennino centrale e negli ultimi 50 anni è in atto una vera battaglia degli ambientalisti, dalle aree protette di Abruzzo e Molise e dalle amministrazioni locali per salvarlo dall’estinzione. Perseguitata fino agli anni 60 del secolo scorso e considerato specie nociva, per via delle sue razzie di miele e pollame, questa sottospecie sopravvive con una popolazione di una cinquantina di esemplari, che, malgrado gli sforzi di chi la tutela, si è mantenuta pressoché inalterata. Gli atti di bracconaggio, gli incidenti con le auto, la mancanza di nuovi territori adatti ad accogliere l’eventuale espansione dell’animale, l’alta mortalità dei cuccioli (circa il 50% non raggiunge l’età adulta) e le patologie dovute alla consanguineità e ad altri fattori non hanno permesso all’orso marsicano una vera e propria ripresa. Tuttavia negli ultimi due anni il numero dei nuovi nati fan ben sperare: 10 nel 2016 e 12 nel 2017, con diversi casi di parti gemellari e trigemellari, il numero più alto registrato nell’ultimo decennio. Resta però da vedere quanti cuccioli sopravviveranno al letargo dato che dei piccoli del 2016 solo 3 sono stati riosservati quest’anno. Secondo gli esperti che, con diverse tecniche, hanno svolto il monitoraggio all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, questo picco di nascite è in relazione con annate di produzione eccezionale di frutti di faggio (queste annate sono dette faggione) che costituiscono l’alimento base (fino all’80%) della dieta dei plantigradi perché sono ricchissimi di grassi e proteine. In autunno, invece, l’orso si ciba anche di mele, pere, ghiande, bacche di rosa selvatica e saltuariamente di carcasse. Rispetto al cugino “alpino”, l’orso marsicano ha una dieta più vegetariana e un’attitudine meno predatrice tanto che non è raro vederlo “pascolare” placidamente tra mandrie di cavalli e asini, indifferenti alla sua presenza, per rubar loro carote e altri vegetali. Tuttavia, come abbiamo accennato, talvolta gli orsi possono distruggere le arnie, se non protette da recinti elettrificati, per prelevare il miele di cui sono ghiotti oppure mostrare interesse per i pollai. Ma si tratta di pochissimi casi come quello di Mario (quasi tutti gli orsi marsicani essendo così pochi, hanno un nome identificativo) un orso che in più di un’occasione ha manifestato apertamente la sua passione per le galline finendo, in un caso, persino dentro una casa senza, però, nessuna conseguenza. Il presidente del parco, Antonio Carrara, si è detto ottimista di questi risultati che si aggiungono a quelli sul genoma della sottospecie che, malgrado i numeri esigui, confermano lo stato di buona salute, la resistenza e la vitalità della popolazione. Ma questi dati positivi non devono permettere alle istituzioni di abbassare le armi e continuare a lavorare per una buona convivenza tra orsi e cittadini, per contrastare il bracconaggio e attuare una pianificazione del territorio appenninico che favorisca l’espansione dei plantigradi al di fuori dei confini del parco e delle zone limitrofe.
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