I regolamenti europei che stabiliscono le modalità con cui devono essere eseguiti le movimentazioni di cani, gatti e furetti per scopi commerciali dovrebbero da anni essere oggetto di revisione, anche per garantire la tutela degli animali, destinati alla vendita come pet, da inutili maltrattamenti.
Queste modifiche radicali, purtroppo, non arrivano e anche la legge italiana, che ha introdotto le sanzioni per chi viola queste normative, non costituisce un deterrente efficace per stroncare la tratta dei cuccioli.
Occorre rivedere i meccanismi che regolano gli scambi intracomunitari, per cercare di costituire un filtro, una barriera a un traffico che genera enormi profitti.
Per la normativa nazionale ma anche per quella comunitaria, gli animali sono assimilati alle merci, non a esseri senzienti come vengono riconosciuti dal trattato di Lisbona, un documento fondante per la Comunità Europea. Come tali vengono considerati, senza particolari regolamentazioni che possano in qualche modo ostacolare la libera circolazione fra gli Stati membri.
Servono invece cautele diverse, attenzioni anche all’aspetto del benessere e non solo sotto l’aspetto sanitario: questo significa l’introduzione di parametri indiscutibili, oggettivi, che indichino quando un cucciolo possa essere lecitamente esportato.

Oggi la norma, unendo i diversi parametri, consente quasi sempre la movimentazione di cuccioli all’età di 3 mesi e ventuno giorni, senza fornire altre indicazioni per l’accertamento dell’età. In questo modo i trafficanti, quando si riesce a portarli alla sbarra, durante il processo troveranno il modo di contrastare l’accusa di aver importato cuccioli troppo piccoli, grazie a periti compiacenti che cercheranno di convincere i giudici che non esiste un modo certo di verificare l’età. In tribunale i trafficanti, quelli veri, non quanti portano illegalmente in Italia quattro, cinque cuccioli per pagarsi le vacanze, saranno in grado di schierare una nutrita schiera di avvocati, professori universitari e veterinari che si possono permettere di pagare come consulenti, grazie ai grandi profitti che la tratta genera.
Sicuramente le leggi devono essere inasprite e riformate in modo sostanziale, ma è evidente quanto sia difficile pensare di risolvere il problema solo attraverso le azioni giudiziarie. Sino a quando la domanda sarà così forte i trafficanti continueranno a cercare di soddisfarla, per questo il principale supporto per arrestare questa catena di maltrattamenti, frodi, evasione fiscale e pericoli sanitari dipende essenzialmente dagli acquirenti.
Soltanto una presa di coscienza da parte di chi cerca a tutti i costi il cane di razza, senza preoccuparsi di null’altro, se non di pagarlo il meno possibile, potrà dare un’effettiva svolta a questo mercato. Che nel corso degli anni è aumentato invece di contrarsi, dimostrando quanto sia ancora lunga la via per arrivare a una consapevolezza vera sui diritti degli animali e sul loro diritto a essere considerati come esseri senzienti. Una strada sulla quale dovranno scendere in modo sempre più efficace le associazioni, che sono sempre abbastanza tiepide su questi temi, dimostrando di non voler andare contro a quella che è anche, e nonostante tutto, la platea dei loro sostenitori.
Forse è per questo che le campagne contro gli abbandoni si sprecano, mentre quelle per contrastare la tratta dei cuccioli e evitare gli acquisti (ma anche le adozioni) fatti d’impulso, si contano sulle dita di una mano.




