Prima della comparsa dei dinosauri, i movimenti delle placche tettoniche avevano ammucchiato i continenti in un’unica massa, formando il mega-continente Pangea (letteralmente “tutte le terre”). A partire dal Triassico, Pangea inizia a fratturarsi in due grandi blocchi: Laurasia e Gonwana. La grande spaccatura tra essi viene invasa dall’Oceano Tetide, separando la “proto-Europa”, a nord, dalla “proto-Africa” a sud (Fig. 1).
Nella parte di Tetide insinuatasi nella spaccatura si trovavano le isole e gli atolli della “proto-Italia”, dominata per tutto il Mesozoico da ambienti carbonatici di mare basso con lagune e piane di marea. Più che la presenza di orme nei sedimenti di questi ambienti, ciò che sorprende i geologi è la biodiversità che rivelano. Vediamo perché.
Catene alimentari lunghe
Le orme di dinosauro raccontano modi di camminare o correre, velocità dell’andatura, abitudini di vita, strategie di caccia, e quali “specie” vivevano in uno stesso territorio. Da quelle italiane si deduce un calpestio di branchi di erbivori e gruppi di carnivori di vario tipo, che in molti casi superavano tranquillamente la tonnellata di peso. Se ne deduce una “struttura ecosistemica” articolata, anche in termini di lunghezza e complessità delle “catene alimentari”. Di solito, in ambienti ristretti come isole e atolli, queste sono corte, semplici e mancanti di “predatori apicali”, che nel caso dei dinosauri sono rappresentati dai teropodi. Invece, le orme di teropodi (anche di grandi carnosauri) sono una costante nelle piste italiane, le quali rivelano un ecosistema assai più vario di quello che ci si aspetterebbe in piccole isole in mezzo all’oceano.
Non solo orme. Chi erano i dinosauri italiani
Conferme di una biodiversità più ampia del previsto arrivano anche dai resti scheletrici finora trovati in Italia, solo sei (Fig. 2). Nessuno di questi risale al Triassico superiore, ricco invece di orme di teropodi, prosauropodi e ornitopodi “arcaici”. Il prosauropode più diffuso in questo periodo era Plateosaurus, una sorta di Brontosauro “nano” (lungo dieci metri) abbastanza leggero da adottare andatura semi-bipede. Tra gli ornitopodi arcaici probabilmente scorrazzavano i primi “Fabrosauri” (lunghi 1-2 metri).
I resti del più antico dinosauro italiano risalgono a ca. 200 milioni di anni fa (Fig. 2, n.1); si tratta Saltriovenator zanellai, un teropode carnosauro. Con i suoi 6-8 m di lunghezza e una tonnellata di peso, il “Saltriosauro” era uno dei più grandi carnivori della sua epoca, ed è probabile che tra le orme dei Calcari Grigi ci siano anche le sue, mentre cacciava piccoli ornitopodi simili a Fabrosaurus e sauropodi primitivi come Cetiosaurus, Vulcanodon e Barapasaurus (lunghi 8-12 m).
Il dinosauro italiano più famoso è invece Scypionix samniticus, il “pulcino” di teropode coelurosauro (lungo una cinquantina di centimetri) trovato vicino Benevento e soprannominato “Ciro” (Fig. 2, n. 2). Più o meno nello stesso periodo (110 milioni di anni fa) viveva il grande teropode carnosauro che si era accovacciato per un attimo nei pressi di Monte Cagno, in quella che allora era forse una piana di marea.
Poco a sud si aggirava “Tito” (Fig. 2, n. 3), un sauropode i cui pochi resti sono stati rinvenuti non lontano dalle orme di sauropode dei calcari di Sezze (Latina), più o meno della stessa età (110-115 milioni di anni fa). Si stima che Tito non fosse più lungo di 6-8 metri e pesasse meno di una tonnellata, ma era un cucciolo, e di un tipo di sauropodi tra i più grandi, noti come “titanosauri”.
In una cava vicino Trieste (Fig. 2, n. 4) sono stati trovati gli scheletri quasi completi di “Bruno” e “Antonio”, un adulto (lungo 4-5 metri) e un giovane di una nuova specie di “adrosauri”: Tethyshadros insularis. Bruno e Antonio sono vissuti circa 80 milioni di anni fa (Cretacico superiore), quando ornitopodi di questo tipo (e non solo) lasciavano numerose orme ad Altamura (assieme a quelle di teropodi, sauropodi e anchilosauri). Più o meno allo stesso periodo (90-100 milioni di anni fa) risale anche il singolo osso di arto posteriore trovato nella Grotta Lunga, presso Capaci (Fig. 2, n. 5), appartenuto a un grande teropode non ancora identificato e soprannominato “DinoSaro”.
Terre e collegamenti mancanti
Prima di questi ritrovamenti, i geologi ritenevano, non a torto, che ambienti come quelli della proto-Italia non potessero sostentare faune diversificate e di grande taglia. Pertanto, le orme italiane suggerirebbero l’esistenza di collegamenti con vaste terre continentali di cui oggi non rimane traccia. In realtà qualche traccia esiste. Le orme triassiche dei Monti Pisani, per esempio, non sono impresse nel solito calcare marino organogeno ma in un’arenaria quarzosa (formazione di Monte Serra), probabilmente depositata in una piana fluviale indicativa di un contesto continentale.
Dinosauri e deriva dei continenti
Le arenarie fluviali toscane indicano che nel Triassico superiore la proto-Italia era ancora prossima ai proto-continenti di Europa e Africa, che invece tenderanno ad allontanarsi durante il Giurassico (Fig. 1). Mentre il Giurassico della proto-Italia è tutto carbonatico, nel Cretacico compaiono formazioni marine “terrigene” a indicare che i movimenti delle placche si erano invertiti, riavvicinando i continenti agli atolli della proto-Italia (preludio della collisione orogenetica tra Europa e Africa). Probabilmente i dinosauri potevano approfittare di questo riavvicinamento dopo un periodo di maggiore allontanamento durante il Giurassico medio-superiore.
Orme e resti ossei si concentrano, infatti, nel Triassico superiore-Giurassico basale e poi nel Cretacico. Questa coincidenza tra presenza di orme di dinosauro e deriva dei continenti potrebbe essere una casualità, che però metterebbe un po’ a posto il mistero della grande biodiversità dei dinosauri italiani.
Prima parte – Una storia fatta più di orme che di scheletri
Seconda parte – Tipi di orme e gruppi di specie
Se non vuoi perderti i prossimi articoli, iscriviti alla newsletter.
riproduzione consentita con link a originale e citazione fonte: rivistanatura.com







